Contratto unico. Fisco più equo. Politiche industriali. Welfare universale. Abbiamo passato ai raggi X il Jobs act di Renzi. Per scoprire che le vere questioni sono ancora tutte da risolvere

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articoli di Chiara GribaudoGiuseppe AllegriFrancesco SinopoliLorenzo ZamponiAndrea Brunetti

Jobs act

Per ora ci sono solo i titoli, pochi punti, perfetti per una campagna elettorale (le Europee si avvicinano). Proposte su cui, a parole, sono quasi tutti d’accordo. Il Jobs act di Matteo Renzi, a cui sarà dedicata la prossima direzione del Pd, ha raccolto molti consensi (da Landini a Confindustria) e le critiche del Nuovo centrodestra, schierato in difesa della legge Biagi. Ma se si entra nel merito, l’unanimità della sinistra sulla proposta del neosegretario democratico si scioglie come neve al sole.

La discussione è solo all’inizio, lo ha specificato lo stesso Renzi nella sua e-news dell’8 gennaio: «Non è un documento chiuso, ma aperto al lavoro di chiunque». E, c’è da starne certi, il dibattito sarà aspro, intenso. Forse, anche, ricco di colpi di scena. Perché a sinistra – nei sindacati come nei partiti – gli schieramenti sono in repentino movimento. Il “contratto unico”, un tempo avversato da gran parte della sinistra “laburista”, raccoglie oggi consensi inaspettati. Si comincia a parlare sul serio di reddito minimo garantito, salario minimo, legge sulla rappresentanza sindacale e presenza dei lavoratori nei cda delle aziende.

Ma il quadro economico rimane drammatico: si va verso quella che gli anglosassoni chiamano jobless growth, una crescita senza occupazione. E si fa strada il modello svedese. Non quello socialdemocratico – welfare e alti salari – bensì quello proposto agli stabilimenti italiani dalla multinazionale degli elettrodomestici Electrolux: una riduzione dei salari del 40 per cento, altrimenti si scappa in Polonia, dove il lavoro costa un terzo. Qualcosa di simile aveva proposto l’Unione industriale di Pordenone, con un documento presentato all’inizio di gennaio a sindacati ed Enti locali: un taglio del 20 per cento del costo del lavoro, più flessibilità negli orari (superando il limite delle 40 ore settimanali), liberalizzazione dei contratti a termine, superamento delle mansioni professionali.

n cambio di investimenti pubblici sul welfare. Il senso è chiaro: l’Italia stretta nel cappio dell’austerity europea ha solo una maniera per ritornare a creare lavoro. Attrarre investimenti esteri e competere sulle esportazioni tagliando il costo del lavoro. Per via fiscale, per quanto possibile (molto poco, dati i vincoli europei, come dimostrano gli “spicci” del governo per il taglio del cuneo fiscale). Intaccando le buste paga se necessario. Si chiama deflazione salariale, si traduce massacro sociale. Per il capo economista del Fondo monetario internazionale, Olivier Blanchard, ai Paesi della sponda Sud del Mediterraneo servirebbe un taglio tra il 10 e il 30 per cento. Quelli dell’Electrolux hanno iniziato. Più che un Jobs act, un jobs crack. Davide Serra, il finanziere amico di Renzi, la pensa proprio così: «La proposta di Electrolux è razionale», ha twittato. Proprio mentre Obama annuncia, scavalcando anche il Congresso, l’aumento del salario minimo orario per i lavoratori federali: dagli attuali 7,25 dollari a 10,10.

 

LAVORO, A CHE PREZZO?

Il documento di Renzi non fuoriesce da questa analisi: «L’obiettivo è creare posti di lavoro, rendendo semplice il sistema, incentivando la voglia di investire dei nostri imprenditori, attraendo capitali». Senza investimenti pubblici? Renzi salta il problema. Nella sua enigmatica e-news parla di politiche industriali, di agenda digitale, ma si limita a indicare i settori su cui intervenire (made in Italy, green economy, una generica “manifattura”) senza spiegare “come” intervenire e con quali risorse. Per fare un esempio, l’American Jobs act di Obama, prevedeva 253 miliardi di dollari di sgravi e 194 miliardi di spesa per i sussidi di disoccupazione. Renzi, per ora, dalla White House ha copiato solo il titolo.

Su questo le minoranze del Pd e la Cgil sono pronte a dare battaglia. In Corso d’Italia restano legati al proprio “Piano per la creazione diretta di lavoro”, mai preso in considerazione da nessun governo. Landini non smette di ricordare che senza investimenti pubblici non si crea lavoro. I “giovani turchi” del Pd sulla loro rivista Left winge, propongono un «piano di investimenti pubblici straordinari in settori strategici» dell’industria. «L’obiettivo è archiviare la sequenza “risanamento-crescita-occupazione” e sostituirlo con la più efficace “occupazione-crescita-risanamento». Ma finché a viale XX settembre siede Fabrizio Saccomanni (e a Bruxelles Olli Rehn), resta un sogno. I civatiani – che sul Jobs act stanno preparando un corposo documento da presentare in direzione – si spingono oltre: in Europa – sostengono – non dobbiamo elemosinare indulgenza, ma proporre un diverso “modello positivo”, valido per tutto il continente. Ecco la proposta: riduzione dell’orario di lavoro, investimenti pubblici nei settori della cultura, della formazione, dei servizi, del welfare. Perché – per la minoranza del Pd – la pur necessaria crescita del nostro sistema industriale non produrrà di per sé più occupazione, a causa delle innovazioni tecnologiche. Succede così in tutta Europa. Altro che tagli alla spesa pubblica e al welfare, in Italia bisognerebbe investire. La riduzione dell’orario di lavoro – cavallo di battaglia della sinistra radicale negli anni 90 – è una proposta che nel Pd suona del tutto nuova, ma si fa strada tra molti economisti, a partire da quelli riuniti nel think tank Sbilanciamoci.

 

LE TASSE, CHI LE PAGA?

Sul fisco il Jobs Act preferisce restare molto sul vago. Il tema è assai delicato. Sulla riduzione delle tasse nel governo di larghe intese si litiga da mesi, col risultato di un aumento della pressione fiscale (con una contestuale riduzione delle entrate, a causa della crisi). Renzi si guarda bene dal pronunciare la parola magica: patrimoniale. Però introduce un principio: «chi si muove in ambito finanziario paghi di più, consentendo una riduzione del 10 per cento dell’Irap per le aziende», scrive il leader dei democratici. E aggiunge: «ogni risparmio nella spesa corrente sarà destinata alla riduzione fiscale del reddito da lavoro». Anche qui, siamo sul generico. Ma il senso è chiaro: una redistribuzione, da rendite ed evasione verso imprese e lavoro. Più precisa è invece la proposta di Civati: aumento dell’imposizione sulle rendite, sui patrimoni finanziari, sui redditi più alti. Qui si scende nel merito: aumentare di due punti la tassa sui redditi oltre i 90mila euro, per azzerare le imposte sulle retribuzioni sotto i 20mila euro l’anno. Il conto, sostengono i civatiani, è a somma zero. D’altronde le tasse italiane sul reddito non sono molto progressive. Si è passati dalle 32 aliquote del 1974 (da un minimo del 10 a un massimo del 72 per cento) alle 5 di oggi (aliquota massima del 43 per cento). In parole povere: non solo “meno fisco” ma un “fisco più equo”. Che ne pensa Renzi?

 

CONTRATTO UNICO, CHE VUOL DIRE?

Questo sul quadro economico. Se poi si scende nell’arena del diritto del lavoro il Renzi’s jobs act si dimostra ancor più confuso. Il contratto unico, vero tormentone del dibattito giuslavoristico, assume un carattere molto diverso se proposto nella versione di Ichino o in quella di Boeri. Le differenze? Il primo cancella l’articolo 18 per sempre, e lascia in piedi le attuali tipologie contrattuali precarie. Il secondo sospende la protezione dai licenziamenti ingiustificati (per motivi economici o disciplinari in Italia non è per nulla difficile licenziare) solo per tre anni, e cancella le altre tipologie contrattuali. Introducendo nel contratto un forte contenuto formativo. Su questo i documenti dei Giovani turchi e di Civati sono molto netti: sì al contratto unico con tutele crescenti, ma solo se si cancellano i cocoprò, si riduce l’uso dei contratti a tempo determinato e si apre una battaglia contro le false partite Iva. Dello stesso avviso è la Fiom. E Matteo Renzi, è ancora un fan di Ichino, o il passaggio del giuslavorista tra gli iperliberisti di Scelta civica l’ha fatto ricredere? Non è una questione di lana caprina.

 

WELFARE, PER CHI?

Sul welfare, poi, il cantiere è tutto aperto. Renzi parla genericamente di un «assegno universale per chi perde il posto di lavoro». Uno strumento del genere esiste già, e si chiama Aspi (il copyright è della mai rimpianta Elsa Fornero). È un assegno riservato a chi abbia lavorato almeno due anni e abbia perso il lavoro, pari al 75 per cento della retribuzione, che dura da 8 a 14 mesi a seconda dell’età del disoccupato. Lascia fuori cocoprò, partite Iva, disoccupati di lunga durata, giovani in cerca del primo impiego. Cosa vuol dire un assegno universale, nel gergo renziano? Un piccolo ampliamento dei requisiti? L’estensione dell’assegno anche agli atipici? «Universale», secondo il vocabolario Treccani, significa «che interessa tutta l’umanità». Allora, in questo caso, Renzi propone una cosa precisa: si chiama reddito minimo garantito, un sostegno che riguarderebbe anche chi non ha mai lavorato, perché avrebbe come oggetto della prestazione non il lavoratore, ma il cittadino che si trovi al di sotto di una soglia minima di reddito. La proposta si fa strada nei sindacati, storicamente molto scettici verso misure di welfare non legate al lavoro: la Fiom e l’Flc hanno preparato un emendamento che propone il reddito minimo al congresso della Cgil. E anche in Parlamento, dove esistono tre disegni di legge (Pd, Sel e M5s), tutti fermi, in attesa di discussione. Che ne pensa Renzi?

 

DEMOCRAZIA, COSA SIGNIFICA?

Infine, la legge sulla rappresentanza sindacale dei lavoratori: i contratti devono essere validati democraticamente. Sul tema Renzi è molto chiaro, e proprio su questo il segretario ha stretto un asse con Maurizio Landini. Ma qui il sindaco rischia di infilarsi in un grosso guaio, quello dello scontro tra e dentro i sindacati. Un breve excursus storico: la vicenda della rappresentanza dei lavoratori trova origine nel settore dei metalmeccanici, dove Cisl e Uil nel 2008 firmano un contratto nazionale senza la Fiom, che pure è maggioranza tra gli operai, e senza affrontare la validazione di un referendum. Il problema diventa un grosso guaio nel 2009, col contratto di Pomigliano e l’esclusione della Fiom dalle fabbriche Fiat, cancellata lo scorso anno da una sentenza della magistratura. Intanto lo scorso 31 maggio, Cgil, Cisl e Uil hanno firmato un accordo sulla rappresentanza, che rende valido un contratto solo col via libera della maggioranza dei delegati. Le confederazioni, la scorsa settimana, hanno approvato un regolamento applicativo di quell’accordo. Che prevede una misura molto contrastata: la cosiddetta “esigibilità dei contratti”. In sintesi, se la maggioranza è favorevole a un contratto di lavoro, la minoranza non può protestare o rischia sanzioni. Landini è andato su tutte le furie, attaccando a muso duro la Camusso: in questa maniera, in Fiat, la Fiom rischia di perdere nuovamente i diritti sindacali. Cosa pensa Renzi dell’argomento? La sua proposta di una legge sulla rappresentanza potrebbe risolvere la polemica dentro la Cgil tra Landini e Camusso. Ma è duramente osteggiata dalla Cisl, che ha forte presa nel Pd. Anche la proposta di un salario minimo, avanzata da Renzi, non è molto ben vista dai sindacati. Staremo a vedere se, chissà quando, il Jobs act diventerà qualcosa di più concreto.