Mettetevi l’anima in pace: gli stranieri, gli “immigrati”, i “clandestini”, non sono il fattore criminale preponderante nel nostro Paese. Quello, siamo noi. Secondo i dati elaborati dall’Idos/Unar, nel periodo 2004-2013 le denunce penali verso italiani, a fronte di una popolazione in leggera diminuzione, sono aumentate del 28% mentre quelle a carico di stranieri, a fronte di una popolazione più che raddoppiata, sono diminuite del 6,2%.

Così come sono diminuite le denunce contro stranieri sul totale di quelle contro autore noto: la prima è scesa dal 32,5% del 2004 al 26,7% nel 2013.

Questo è solo uno degli aspetti rilevati dal Dossier statistico sull’immigrazione del 2015, curato per conto della Presidenza del Consiglio dei ministri assieme all’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (di cui qui i punti chiave generali) e pubblicati anche su Redattoresociale.it, che segnala, riassumendo: «una crescita progressiva, seppure rallentata, della popolazione immigrata; un forte forte aumento dei processi di inserimento (acquisizioni di cittadinanza, iscrizioni a scuola, incidenza sugli occupati e sulle nascite); la persistenza del bilancio positivo tra spesa pubblica ed entrate statali assicurate dagli stranieri; il miglioramento delle statistiche penali; le crescenti difficoltà nel superare le discriminazioni e nell’orientare le politiche di immigrazione e di integrazione».

Proprio sull’aspetto penale, generalmente fulcro dei luoghi comuni di più becero populismo razzista e di paure più che sedimentate tra gli abitanti dello Stivale, è importante soffermarsi. Visto che non corrisponde alle nere “aspettative” chiamate anche pregiudizi.

Un dato significativo soprattutto se associato alla tipologia dei reati. Anche il primato per la gravità dei crimini commessi, spetta a noi. Dei 7.961 detenuti per condanne brevi (meno di tre anni di carcere), per reati minori, 3.419 erano stranieri: una percentuale altissima, pari al 42,9%. Di contro, gli stranieri tra gli ergastolani erano solo 87 rispetto ai 1.603 totali: il 5,4%. Una quota irrisoria rispetto ai nostri compatrioti

In generale, la presenza degli stranieri nei nostri istituti di detenzione, è minore. Al 30 giugno 2015 i detenuti nelle 198 carceri italiane erano 52.754. Di questi, gli stranieri erano 17.207 ovvero il 32,6% del totale. Quattro punti percentuali in meno rispetto a cinque anni prima: di fronte a una decrescita della popolazione detenuta, gli stranieri sono diminuiti in misura maggiore rispetto agli italiani.

C’è un altro elemento evidenziato dal Dossier statistico del Centro studi,  cioè l’esito discriminatorio, definito dai ricercatori addirittura «evidente», circa le possibilità per i detenuti di usufruire delle misure alternative – che tecnicamente gli spetterebbero e che in realtà vengono eseguite come vere e proprie concessioni, come la possibilità di godere di benefici premiali o di scontare parte della pena all’esterno, generalmente sono misure concedibili ai detenuti per reati minori (meno di tre anni di carcere). Ebbene, sempre al 30 giugno 2015, gli stranieri costituivano il 36,5% di coloro che erano nelle condizioni di accedere alle misure alternative. Eppure, alla stessa data gli stranieri che beneficiavano di una misura alternativa alla detenzione erano il 20,8% del totale, con uno scarto negativo del 15,7% rispetto agli italiani.

Insomma, pare proprio che solo una piccola percentuale venga in Italia per delinquere. Chi l’avrebbe mai detto…


Il rapporto in pillole

Di 240 milioni di migranti stimati nel mondo, 5 milioni e 14mila sono stranieri residenti in Italia e 5 milioni sono italiani registrati nelle anagrafi consolari come emigrati: nel 2014, anzi, i connazionali all’estero sono aumentati più degli stranieri residenti in Italia (+155mila gli emigrati e +92mila gli immigrati). Nel 2014 i migranti forzati (rifugiati, richiedenti asilo e sfollati) sono aumentati in misura notevole in Italia, ma meno che a livello mondiale: 8 milioni in più rispetto all’anno scorso. E anche i richiedenti asilo, che in Italia sono stati 65mila, nel mondo sono stati 1,8 milioni e nell’Ue 628mila. La presenza asiatica in Italia, di cui la Cina è la prima collettività (266mila residenti su 969mila asiatici) rappresenta quasi un quinto dei residenti stranieri, per cui il nostro paese è lo Stato membro più “asiatico” dopo la Gran Bretagna. In Italia l’immigrazione ha rallentato la crescita, così come è avvenuto in Europa, mentre è aumentato il numero di cittadini italiani con un passato migratorio: sono quasi 130mila i casi di acquisizione di cittadinanza in Italia nel 2014, circa 1 milione nell’Ue. La crisi ha determinato in Italia il mancato rinnovo di 155mila permessi di soggiorno, in prevalenza per lavoro o per famiglia, ma non ha frenato la tendenza all’insediamento stabile: quasi 6 cittadini non comunitari su 10 sono titolari di permesso di soggiorno a tempo indeterminato. I minori e le donne hanno accentuato la loro incidenza (pari, rispettivamente, al 22% e al 53%), a conferma del carattere familiare assunto dalla presenza immigrata. I figli degli immigrati nati in Italia e gli stranieri diventati cittadini italiani sono realtà considerevoli: ciascuna conta circa 800mila unità (un po’ meno i primi, un po’ di più i secondi).


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