Si è alzato un gran polverone ieri sera quando Ilaria Cucchi (sorella di Stefano ammazzato di botte da un’allegra combriccola di uomini di Stato) ha pubblicato sul proprio profilo Facebook la foto di uno dei carabinieri che ha avuto la grazia di vantarsi di avere partecipato al pestaggio oltre che aver consegnato alla storia (dei miserabili) una bella testimonianza falsa; il tutto sotto il nome sacro dell’Arma dei Carabinieri che ha un ufficio di Eccesso di Difesa sempre pronto a stanare le deplorevoli azioni degli altri, nonostante la miopia interna.

Ha voluto, Ilaria, raccontare la sensazione che ha provato nel vedere la foto del caro carabiniere Francesco Tedesco (ai tempi del pestaggio maresciallo presso la Stazione Appia) che sorride con postura da bronzo di Riace in riva al mare fornito di sorriso marpione. Forse Ilaria avrà pensato che valesse la pena sottolineare la differenza tra la “freschezza” del Tedesco spiaggiato rispetto alle ultime foto di suo fratello Stefano che ricordano piuttosto un Frankenstein viola di botte e cucito tutto sghembo. Forse anche Ilaria, come molti in questo tempo di sensazioni effimere, ha capito che non c’è tempo per i ragionamenti ma a volte occorre puntare sull’emergenza emotiva.

Molti ovviamente hanno gridato allo scandalo: “ma come si permette la sorella di un morto ammazzato di botte di mostrare le foto (pubbliche) di uno degli aguzzini del fratello?”. Già, che schifo. E non ho dubbi che qualche appartenente all’arma alzerà la voce in nome del vizio capitale del nostro tempo: il garantismo a targhe alterne. Un garantismo che ha attecchito tra le fronde dei moralisti per convenienza e dei ricercatori di granelli di sabbia negli occhi degli altri che si scordano (tu guarda a volte il caso) di vedere le travi che stanno negli occhi di alcuni pezzi di Stato. Gente in divisa che vorrebbe godere di maggior condono piuttosto che responsabilità in nome di un ruolo di garanzia che vale solo per se stessi. Appartenenti alle forze dell’ordine che si sono specializzati in una solidarietà valida solo tra sodali alla stregua dei meccanismi sociali di un clan.

“I processi si fanno in tribunale” dicono, “mica su Facebook” dimenticando che se Ilaria si fosse fermata alla porta dell’Aula di tribunale oggi avrebbe solo un fratello scemo morto per malnutrizione. Roba da spaccare i muri a testate. E invece, lei, ha capito e ci ha insegnato (e ci insegna ancora) che la tenacia è tutto quel rumore che si riesce a coagulare per urlare che qualcosa è falso, sbagliato o finto. E qui di falso c’è la strategia difensiva di carabinieri che meriterebbero una confisca dei beni e della divisa; di sbagliato c’è un primo grado di giudizio che ha fatto acqua da tutte le parti e di finto c’è il garantismo di chi si è già giocato la credibilità.

La tenacia ha un nome e un cognome: Ilaria Cucchi. E ce n’è bisogno di tenaci, ostinati e curiosi in un Paese dove la propaganda è una forma evoluta di servitù.

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