Forze speciali, materassi ammortizzanti (dovesse rovinarsi) e teche antiproiettile (arrivasse il pazzo), così Padre Pio è arrivato a Roma. E per sette giorni (fino all’11 febbraio) ogni giorno, saranno impegnati almeno 800 tra poliziotti, carabinieri e finanzieri per garantire la giusta tranquillità al suo soggiorno nella capitale (quasi fosse vivo!). L’ha voluto Francesco il frate di Pietrelcina, per scuotere questo Giubileo troppo sottotono. Deve aver pensato a quei trecentomila fedeli che nel 2002 avevano affollato piazza San Pietro per la canonizzazione. E allora ha organizzato il tour, sette giorni di passione tra processioni, messe e ostensione del  corpo di uno dei “santi” più discussi dei nostri tempi e meno “misericordiosi” che io ricordi di aver studiato. Ancora oggi alter Christus per i suoi i devoti, falso messia per la nomenklatura di allora, il cappuccino di Petralcina da vivo fu al centro di grandi polemiche e da morto di avventure persino incredibili, se non fossero vere.

Già perché il suo corpo, da vivo, fu protagonista di uno dei gialli più cult della Chiesa cattolica, quello dell’origine delle sue stigmate. “Isterismo” per padre Agostino Gemelli (la sua diagnosi del 1920: «È un bluff… padre Pio ha tutte le caratteristiche somatiche dell’isterico e dello psicopatico… Quindi, le ferite che ha sul corpo… fasulle… frutto di un’azione patologica morbosa… Un ammalato che si procura le lesioni da sé… si tratta di piaghe, con carattere distruttivo dei tessuti… tipico della patologia isterica»); truffa, come testimoniano alcuni documenti studiati da Sergio Luzzatto (indimenticabile il suo libro, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, 2007), biglietti autografi in cui il frate chiedeva ad una sua devota (e farmacista) di procurargli in gran segreto flaconi di acido fenico (che causa bruciature alla pelle) e, soprattutto, di veratrina, una sostanza fortemente caustica. Cioè di farmaci che, applicati su mani e piedi, avrebbero potuto lacerare i tessuti.

Ma anche da morto. Perché quando i frati di San Giovanni Rotondo, nella notte tra il 2 e il 3 marzo del 2008 riaprirono la bara per ostendere il loro eroe,  il suo corpo si era corrotto. E i corpi dei santi, si sa, non si corrompono, sono santi. Anzi profumano. Di fiori o di frutti. Violette, fragole, ma certo non maleodorano e non diventano neri. Sono le regole base per diventare santo. E invece lui era nero, troppo nero. E i cappuccini dovettero correre ai ripari, perché così non potevano mostrarlo. “Lo mascheriamo”, hanno pensato. Poi hanno trovato un’azienda inglese specializzata in trucchi che gli ha fatto il “miracolo”. Ha realizzato una maschera di silicone che è stata sovrapposta perfettamente a quel volto troppo nero, che avrebbe potuto impressionare i fedeli “più sensibili”. Che non avrebbero capito quella corruzione così “umana”. Troppo simile ai loro morti. E così il tronco, quello lo coprirono con un saio e i piedi, con delle calze. Ma le mani, anche quelle erano nere, quasi non si riconoscevano. Allora presero i mezziguanti che padre Pio portava sempre, “per proteggere” le famose stigmate. Così oggi questo potete vedere, dieci pezzi di dita nere e una maschera di silicone. Del resto già nel ’60 Giovanni XXIII lo aveva definito «un idolo di stoppa». Di cui oggi, evidentemente, Francesco non può fare a meno. È la Chiesa, bellezza!

 

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