Ci sono delle regole nel marketing del giornalismo e della politica poiché entrambi hanno bisogno di risultati: voti, clic, copie vendute o nella migliore delle ipotesi un po’ di branding. Si scrive e si dice provando a indovinare l’effetto che fa. E provate a pensare che autolesionismo si praticherebbe nel cominciare l’ennesima settimana che dovrebbe essere decisiva per la legge sulle unioni civili con un pezzo che rischia di confondersi con tutto il marasma vomitato addosso a questi che, appena usciti da una vita spesso passata a nascondersi, oggi si trovano cannibalizzati dal dibattito pubblico. La discussione della disegno di legge Cirinnà ha sdoganato il chiacchiericcio contro il frocismo: tutti hanno il diritto di offendere questa feccia di gay nei loro intervalli sociali dentro la compita vita da indignati specializzati. La  discussione in Senato ha dato il diritto all’omofobo peggiore di essere considerato un opinionista politico.

Ecco, punto primo: io spero, miseri inumani parlamentari, che paghiate caro e paghiate tutto questo aver oscenamente denudato una categoria. Per inficiare una legge siete scesi negli anfratti dei particolari sessuali, avete solleticato le corde più pelose dei dogmi carnali, avete pittato con vernice pornografica l’amore di alcuni. Che passi o non passi il ddl Cirinnà questo Parlamento sarà quello che ha reso un popolo di allenatori di pallone anche psicoterapeuti antigay. Ognuno ha avuto modo di esprimere con boria scientifica il proprio pregiudizio a forma di straccetto: analisi sui bimbi, battute sui culi, paradossali esperienze personali e tradizioni  rimasticate.

Ad esempio mi chiedo quanto ci metterà il “comprarsi un figlio per sfizio” coniato da qualche sconclusionato necrocattolico a cancellarsi. Sarà un modo di dire percorribile per i prossimi vent’anni, con sdegno o con ironia, per chiunque voglia buttare nel cesso la discussione sull’argomento. Una battuta a disposizione del mondo per odiare con il sorriso. Evviva. E chissà se ci ricorderemo mai per davvero le facce, i nomi e le storie di quelli che hanno sventolato una condanna che sarà dura a marcire; chissà perché la nostra memoria sociale continua a salvare solo la cattiveria contro i fragili, chissà perché gli uomini mica presi uno per uno, dico gli uomini tutti insieme, si affamano nell’esser forti con i deboli per asservirsi ai forti. È una strana persona, la gente, quando la convincono che bisogna avere paura.

Undicesimo comandamento: odia i froci. Puoi farlo a poco prezzo in questo fine febbraio dell’anno 2016, preistoria di un’etica disegnata sulle pareti delle grotte da un popolo che cerca i trans prima di tornare a casa dopo l’ufficio, comandamento scolpito da microdotati boriosi a caccia di carne fresca e minorenne, incenso dondolato dai cardinali che si assolve in nome di dio. Ogni tanto c’è qualche odio che viene liberalizzato per garantire un grado salvifico di ‘mbriacatura generale: ora tocca ai gay. Odia i gay, stai al passo dei tempi. Quando la Storia ve ne renderà conto avrete già in tasca le quattro avemarie per uscire di prigione. Come al monopoli. Beati voi.

Buon lunedì.

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