Due anni, 60 Paesi e 63 lingue. Più di duemila volti che ci guardano dritti negli occhi e ci raccontano “cosa ci rende umani”. In Italia in questi giorni c’è Human, la nuova opera di Yann Arthus-Bertrand

Fotografo, reporter, regista e ambientalista francese, Yann Arthus-Bertrand è noto per le sue spettacolari foto aeree della terra. Ora, nel suo nuovo film Human, si rivolge alle persone che abitano questo mondo: cosa ci rende umani? Perché la guerra e la povertà esistono ancora nel mondo? Perché si lascia il proprio Paese per cercare una vita altrove? Perché ci sono ancora delle disuguaglianze? Yann Arthus-Bertrand non pretende di dare risposte. Paragona il suo lavoro a quello di un giornalista. «Viviamo in un mondo difficile e complicato», racconta, «il mio lavoro è di fare un ponte fra quello che mi raccontano le persone e il pubblico che guarderà». Ed è questa la forza e l’originalità dell’opera: essere andati a cercare risposte nei racconti di donne, uomini e bambini in più di 60 Paesi nel mondo. «Quello che la gente mi ha dato è formidabile», è stupito. Più di duemila volti e voci che una dopo l’altra raccontano frammenti della loro storia, davanti allo stesso sfondo nero. La voce narrante non c’è, solo musica e immagini aeree mozzaffiato a intervallare le interviste, come una donna a cavallo che corre fra i campi e le montagne della Mongolia. Il film, presentato fuori concorso a Venezia nel settembre scorso e proiettato alle Nazioni Unite alla presenza di Ban Ki Moon, arriva in Italia in questi giorni. E Left ha intervistato il suo artefice.

Lei è famoso per essere un ambientalista militante. Perché un ambientalista si interessa dell’uomo?
Oggi quando si parla di ecologia, si parla dell’uomo, di cambiare modello di civilizzazione. Come dice l’ex presidente uruguayano José Mujica, si tratta di fermare questa corsa alla crescita. È questo che uccide il pianeta. Io non credo nella rivoluzione politica: i politici fanno il loro lavoro ma non è sufficiente. E non credo nella rivoluzione scientifica, perché non è l’eolico né i pannelli solari che prenderanno il posto del petrolio che consumiamo. Non credo nemmeno alla rivoluzione economica: siamo all’interno di un modo di pensare capitalistico senza etica. Per questo parlo di una rivoluzione spirituale, nel senso di etica e morale. È nel cuore della gente che dobbiamo andare a cercare. C’è un dato che è nuovo nella storia dell’umanità: il futuro è incerto. Siamo davanti a problemi difficili da risolvere che nessun Paese può affrontare da solo: cambiamenti climatici, crisi economiche, rifugiati, crescita della popolazione. Il problema sarà: come vivere insieme. Dovremo guardare il mondo con meno scetticismo e molta più gentilezza. È utopico, forse, ma in fin dei conti il mio film parla di questo, e la soluzione potrebbe essere questa.

L’idea del film le è venuta dopo un incontro con un contadino del Mali che le ha mostrato tutta la sua umanità. Il film però comincia con il racconto di un uomo condannato all’ergastolo per aver ucciso moglie e figlio. Secondo lei, come si perde l’umanità e come la si ritrova?
L’umanità non si perde. Può essere positiva o negativa. Siamo capaci dell’attentato al Bataclan e allo stesso tempo di un’onda di empatia dal mondo intero per le vittime. Questa è una contraddizione profonda all’interno della quale viviamo tutti. Io vivo nel Paese dei diritti dell’uomo, con delle Ong fantastiche, Medici senza frontiere, Azione contro la fame, eccetera, e però il mio Paese è il terzo venditore di armi nel mondo.


 

Questo articolo continua sul n. 10 di Left in edicola dal 5 marzo

 

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