Nel ’44 l’Italia era ancora spaccata in due, con i nazistifascisti al Nord e i partigiani e gli alleati che avanzavano città dopo città. Ma il vento della liberazione soffiava forte e il pensiero correva già al domani. Ecco cosa si legge in un decreto legislativo luogotenenziale del 24 giugno 1944: “Le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto una Assemblea costituente”. Suffragio universale. Qui è già contenuto il voto alle donne, che venne specificato poi con un altro decreto, quello del 31 gennaio 1945. Solo che – per distrazione? calcolo politico? – si dimenticò di prevedere l’eleggibilità delle donne. Togliatti e De Gasperi, erano le due “menti” che guidavano il dopo liberazione. Possibile che entrambi avessero timore di una partecipazione attiva delle donne nella vita politica? Mirella Serri in un articolo uscito il 2 marzo su la Stampa racconta che il liberale Manlio Lupinacci “con una specie di voce dal sen fuggita, dava corpo ai timori maschili: «Ho una certa diffidenza istintiva, tradizionale verso la partecipazione della donna alla vita politica. È questa l’ unica vera base di ogni opposizione di noi uomini». Poi però dichiarava di voler battere la strada della ragione. La quale comunque appariva ricca di trappole. «Le donne pencolano verso il passato reazionario», si lamentava Togliatti”.

Insomma, l’ arretratezza dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei era una realtà. E’ vero, il fascismo aveva tolto ogni speranza di suffragio universale, tanto più che per il Duce la donna aveva valore solo come “Madre e sposa esemplare” , (dal titolo di un bel saggio di Piero Meldini del 1975, Guaraldi). Le speranze delle suffragette italiane guidate da donne come Anna Maria Mozzoni o Anna Kuliscioff si erano infrante nel 1919, quando venne approvata alla Camera una legge sul suffragio femminile ma poi, prima di passare al Senato, le camere vennero sciolte e non se ne fece nulla. Anna Maria Mazzoni era una “suffragetta” determinata, che non esitava a denunciare i “poteri forti”. Nel 1881 aveva detto: “Vi è il Quirinale, il Vaticano, Montecitorio e Palazzo Madama, vi è il pergamo e il confessionale, il catechismo nelle scuole e … la democrazia opportunista!“. Mussolini prima di affondare il colpo sulle donne con il mito della maternità, le illuse con la legge Acerbo che venne anche chiamata “voto alle signore”. Cioè avrebbero potuto votare alcune categorie di donne, donne “speciali”: quelle decorate, le madri di caduti in guerra, quelle che avevano studiato… Insomma, una bella prova di uguaglianza. Comunque, questa legge, prevista naturalmente solo per elezioni più “innocue”, quelle amministrative, cadde ugualmente nel vuoto. Anche perché le elezioni vennero cancellate dal fascismo…

Tanto per ricordare la differenza con gli altri Paesi. In Europa la prima fu la Finlandia nel 1906, poi venne la Norvegia nel 1913, poi ancora Danimarca e Islanda e nel 1918 l’Irlanda, e negli anni seguenti Paesi Bassi, Germania e Svezia, Stati Uniti e Canada, la Gran Bretagna nel 1928 e la Spagna nel 1931. Pecora nera la Svizzera che estese il voto alle donne solo nel 1971. Mentre in Nuova Zelanda si votava già dal 1893…

donne costituente

Il 10 marzo 1946 fu la prima occasione di voto alle donne. Quel giorno venne anche rimediato il “lapsus” della eleggibilità, con un altro provvedimento che la contemplava. Le elezioni amministrative riguardavano 436 comuni e alla fine vennero elette nei consigli comunali circa duemila donne. C’è una testimone particolare di quel giorno: è Teresa Mattei, una giovanissima donna di sinistra, partigiana, la più giovane eletta all’Assemblea Costituente, espulsa nel 1955 dal Pci per le sue critiche allo stalinismo. “Rammento solo una grande emozione, avevamo lottato per avere il diritto di votare: c’era entusiasmo e partecipazione e c’erano state, all’epoca, pressioni per indirizzare il voto femminile. Nelle case venivano fatti passare i facsimili delle schede”. Sono le parole di Teresa tratte da una intervista del 2006 che viene riportata da Patrizia Pacini nel libro La Costituente, storia di Teresa Mattei (Altreconomia). La partecipazione femminile fu elevata ed entusiasta. E i partiti dovettero far fronte all’ondata che spazzava via decenni di silenzio e di rassegnazione. Le donne che donavano le loro fedi al regime, le donne che sfilavano davanti al Duce con nidiate di bambini, le donne che piangevano i loro figli e mariti nelle guerre fasciste, ecco, tutte queste donne non c’erano più.

E probabilmente la reazione fu più vasta e consapevole di quanto pensassero gli stessi De Gasperi e Togliatti. Certo, ancora tanti passi dovevano essere compiuti per garantire uguali diritti.

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Teresa Mattei (unica donna nella foto qui sopra) nel suo discorso alla Costituente ci teneva a sottolineare che le donne non dovevano diventare mascoline, ma che la tutela dei diritti dell’una servivano anche all’altro. Cioè, dalla emancipazione delle donne ci avrebbe guadagnato tutta la società, uomini compresi.
Per rileggerlo, qui.

 

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