Tre persone sono morte in un fiume gelato che separa la Macedonia dalla Grecia. Non le portavano i trafficanti di esseri umani e teoricamente non correvano rischi. Ma la scelta della Macedonia – e di molti altri Paesi europei, teoricamente più avanzati in materia di diritti umani – ha reso il loro viaggio un inferno. Mille persone hanno provato a lasciare il campo di Idomeni e dopo aver camminato e attraversato un fiume sono state bloccate e ricaricate su dei camion. Come in un gioco di ruolo o in un girone dell’inferno dove la pena è quella di tentare all’infinito di passare una frontiera. Il girone si chiama dei rifugiati e il peccato per il quale devono scontare questa pena è essere nati in Siria, Iraq, Afghanistan e aver deciso di non voler morire sotto le bombe.

Parlando della reazione all’atroce attentato di Ankara, il premier turco Erdogan ha deciso di cambiare la definizione di terrorismo. Terrorista non è chi organizza, cerca di portare a termine o riesce nell’intento di uccidere qualcuno o compiere una strage per ragioni politiche. «Non c’è differenza tra un terrorista con una bomba e uno cche lo sostiene usando una penna. Il fatto che quella persona sia un terrorista non cambia anche se si tratta di un deputato, un membro di una Ong, un giornalista…Dobbiamo ridefinire la nostra nozione di terrorismo e scriverla nelle nostre leggi…o si sta con noi o con i terroristi». Cosa significa questo discorso che ricorda quelli di Bush dopo l’11 settembre? Che oltra a bombardare le postazioni del Pkk, l’esercito e la polizia turchi faranno quel che vogliono nelle città curde, contro l’Hdp (già ci sono stati arresti) che è il partito filo curdo che ha condannato gli attentati e che a sua volta è stato vittima di un attentato atroce l’ottobre scorso e contro la stampa nemica, come già capitato la scorsa settimana – e in quel caso gli avversari politici di Erdogan non erano curdi.

Giovedì i capi di Stato europei si incontrano per discutere dell’accordo sui rifugiati con la Turchia. In cambio di molti soldi (sei miliardi), una corsia libera per la membership europea e una politica dei visti più aperta, Ankara si riprenderà le persone sbarcate sulle isole greche, ne vaglierà lo status e poi, con una politica dell’una persona accolta in cambio di una persona presa in carico dalla Turchia, restituirà i rifugiati siriani all’Europa. L’accordo è già sul letto di morte: è sbagliato, non risolve il problema, è illegale dal punto di vista del diritto internazionale, viene condannato da Onu e grandi organizzazioni per i diritti umani. E poi è contestato da molti Paesi per ragioni egoistiche: i ciprioti non vogliono concessioni ai turchi, la Bulgaria vuole che Ankara prenda anche i “suoi” profughi, la Spagna ne contesta la ratio giuridica.

Le parole sul terrorismo di Erdogan, i suoi atti degli ultimi mesi, consiglierebbero all’Europa di non sottoscrivere accordi che abbiano in qualche forma a che vedere con i diritti umani che il governo di Ankara, che sembra intenzionato a calpestarli ogni volta lo riterrà necessario. Non abbandonare la Turchia a se stessa, certo, è un Paese vicino, una potenziale grande democrazia e la sua stabilità è importante per tutto il Medio Oriente. Ma nemmeno chiudere gli occhi su tutto pur di mettere una toppa a un’emergenza – che l’accordo non è in nessun modo una soluzione alla crisi dei rifugiati.

Quanto ai rifugiati di Idomeni, dalle foto si vede che nella larga maggioranza sono siriani. Persino la pessima bozza di accordo prevede che l’Europa i siriani se li prenderà. Davvero bisogna aspettare la discussione intra-europea e una trattativa con Ankara probabilmente destinata a fallire per occuparsi di 10mila persone perse nella terra di nessuno? Davvero dobbiamo stare a guardare donne che affogano, bambini che sguazzano al freddo nelle pozzanghere e anziani che guardano nel vuoto senza muovere un dito perché abbiamo paura di Orban? Se è così, Orban (e Le Pen e l’AfD tedesco) hanno vinto.

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