L'intervento di Lidia Menapace, partigiana vera, che a differenza di quanto ha sostenuto recentemente il ministro Maria Elena Boschi, voterà No al referendum sulla riforma costituzionale promossa dal governo di Matteo Renzi

Essendo io nata molto e molto tempo fa, praticamente poco dopo la fine delle guerre puniche, tutto ciò che mi riguarda ha precedenti lunghi. Anche la questione del prossimo referendum, che mi impegno perché sia sconfermativo, inizia per me al 15° Congresso ANPI cinque anni fa.
Mi ero iscritta a parlare e mi toccò la parola poco dopo che il Presidente Napolitano dal Quirinale aveva detto che l’Italia avrebbe dovuto partecipare alla spedizione Nato in Libia. Mi pareva una cosa incredibile e decisi di dirlo; sapevo bene che non si può attaccare “leggermente” il Presidente della Repubblica profittando del congresso ANPI, soprattutto quando il Presidente in carica è considerato per la sua storia uomo di sinistra e quindi con molti preamboli prudenziali e quasi vergognandomi, dissi che NON ero d’accordo con ciò che il Presidente consigliava e anzi che non sarei stata d’accordo nemmeno se avesse detto – come io ritenevo fosse giusto – che NON dovevamo andare in Libia, perché non compete al Presidente dirigere la politica nazionale. Applausi, ma nel libro degli atti il pezzo – ovviamente – essendo del tutto fuori tema con il congresso stesso, non c’è.

Da allora sono stata molto attenta alle esternazioni di Giorgio Napolitano e mi accorsi presto che interveniva spesso, tanto da far pensare che stesse facendo una campagna per la Repubblica presidenziale invece che parlamentare. Il che non è un reato, ma deve essere fatto con le procedure previste e non per “costituzione materiale”, come si dice per dire una modifica della Costituzione ripetuta e tacitamente accettata per inerzia, accettando molte piccole modifiche. Non ho bisogno di dire altro, ma potrei fare il seguente ragionamento che dirò ampiamente dopo che avremo respinto con una valanga di NO il pacchetto deformante del Governo.
Intendo aprire subito una campagna per l’abrogazione dell’art.7, quello del Concordato, perché già alla Costituente passò male e con fatica: ora dopo il Concilio Vaticano II non ha proprio più ragion d’essere: l’idea che i cattolici in Italia per fruire di libertà religiosa abbiano bisogno della tutela di uno Stato estero, fa ridere i polli arrosto. E senza Patti Lateranensi, non solo finalmente capiremo perché Gasparri è senatore e potremo correggere un atto di nepotismo (esiste una ragione qualsiasi perché Gasparri sia senatore, se non che deve essere il pronipote del Cardinal Gasparri che firmò per il Vaticano appunto il trattato concordatario?). Dunque senza articolo7 il nostro appoggio a papa Francesco contro la ricchezza della Chiesa diventerà molto più agevole, con vantaggio delle nostre malmesse finanze nazionali.
E i papi, non avendo più potere temporale potranno essere davvero pastori e non – come oggi – sovrani di uno Stato assoluto, come appunto è anche papa Francesco, che sembra alquanto neotemporalista.

Quanto alla campagna di Renzi si deve dire prima di tutto che essa è non corretta dal punto di vista costituzionale: mi ricordo il dibattito che accompagnò la stesura del testo poi approvato dal popolo e delle discussioni, e come la stampa le riportava e come si discuteva di tutto, il popolo seguiva con passione il lavoro della Costituent. Invece questa “deforma” è tutta fatta di gioco parlamentaristico, di voti di fiducia, di dibattito strozzato, di alleanze che cambiano e di giochi poco chiari. Davvero è giusto fermarla, respingerla, recuperare attraverso una campagna che spinga al voto un maggiore spazio di democrazia e di antifascismo.

Questo articolo lo trovi su Left n. 22 in edicola il 28 maggio e in digitale da venerdì

 

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