Nel tempo della paura essere accoglienti è un atto rivoluzionario. O, quantomeno, coraggioso. Mentre l’Italia fa dietrofront sulle operazioni di salvataggio dei profughi in mare, interrompendo Mare Nostrum, da Reggio Calabria un giovane aspirante sindaco prova a indicare la soluzione all’eterna emergenza immigrazione, con «una nuova idea di accoglienza, integrazione e coesione» di tipo diffuso, capillare, che coinvolga l’intera area della città. Giuseppe Falcomatà, candidato del Pd, trent’anni e “figlio d’arte” – suo padre, Italo, fu il sindaco della Primavera di Reggio – non ha dubbi: «Due fragilità possono costituire una risorsa», spiega. «È l’occasione non solo di proporre un metodo di accoglienza diverso, più umano, nei confronti dei migranti ma anche di valorizzare il nostro territorio».

La strada dell’accoglienza diffusa è stata già percorsa da molti piccoli Comuni, soprattutto al Sud, ma è la prima volta che si pensa a un piano di accoglienza su così ampia scala. Questa estate Reggio – 200mila abitanti – ha visto sbarcare sulle sue coste 10mila profughi in due mesi. Adesso ai semafori ci sono “i niri” che chiedono l’elemosina. In periferia è facile incontrarli appoggiati alle ringhiere dei centri di prima accoglienza, attrezzati alla meno peggio. In riva allo Stretto non c’è la Lega, ma in compenso c’è il quotidiano online Strettoweb, che ha titolato: «Casi di malaria tra i clandestini che passeggiano in città», paventando una mai provata «emergenza salute pubblica». L’immigrazione anche a Reggio è diventata la pedina decisiva della campagna elettorale. Si tornerà al voto il 26 ottobre, dopo due anni di commissariamento per infiltrazioni mafiose. E dopo una lunga amministrazione targata Giuseppe Scopelliti, ex governatore ed ex sindaco condannato in primo grado a 6 anni di reclusione per abuso e falso per la gestione “allegra” delle casse comunali. Il clima è teso, lo scenario dissestato, ma Falcomatà non ha dubbi: i migranti sono anche un’opportunità da cogliere. Come? La soluzione sta tutta in una parolina di 5 lettere: Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati attraverso cui la rete degli Enti locali accede ai fondi europei per seguire i percorsi di accoglienza e integrazione dei migranti. «L’opportunità è accogliere queste persone affinché possano ripopolare i nostri paesi e riavviare le attività lavorative perdute. Il nostro entroterra è spopolato, demograficamente triste, con età media alta e scarso ricambio generazionale».

In piena emergenza sbarchi il suo appello per un piano di accoglienza e coesione ha spiazzato tutti. Come possono essere gestite le migliaia di ingressi in una città come Reggio?

Dobbiamo cambiare il modo di fare politica in tema di immigrazione. Abbandonare una volta per tutte la politica del terrore. È evidente che la comunità reggina ha serie difficoltà ad accogliere un numero di migranti così alto, se non altro perché non abbiamo le strutture per poterlo fare. Ed è anche chiaro che ci serve aiuto per essere efficienti in una tale operazione di carattere internazionale: il governo e l’Europa devono fare la loro parte. Ma è anche vero che dobbiamo essere capaci di guardare un po’ più in là della semplice emergenza. Pensare a un modello alternativo di accoglienza.

Come?

La mia proposta non è poi così eclatante, originale o strana. Si tratta di “copiare” i metodi amministrativi efficaci ed efficienti già adottati in altri Comuni, non solo calabresi ma anche siciliani. Penso a esperienze come quella di Acquaformosa, Riace o altre nella vicina Sicilia. I progetti Sprar e l’accoglienza diffusa non solo creano situazioni occupazionali per i residenti ma possono davvero ripopolare un territorio con tutti gli annessi e i connessi: le scuole, le case, le botteghe e i tributi comunali. In molti Comuni della nostra provincia ci sono difficoltà addirittura nel formare la prima classe elementare, nel tenere in vita attività commerciali primarie come il forno o la bottega, o anche solo nel riuscire ad affittare gli immobili. È l’occasione per tornare a lavorare quelle terre, far nascere lì una nuova comunità integrata con quella che già c’è. Sia chiaro, questa non è una mia invenzione, ma esperienza già praticata da altri.

Finora le buone pratiche di accoglienza diffusa si sono sviluppate solo in piccoli Comuni: è la prima volta che qualcuno pensa a un piano di accoglienza su cosi ampia scala.

Ma è anche vero che lo spopolamento colpisce tutta la nostra area. È un problema soprattutto nei piccoli Comuni, ma sono tanti. E, nel giro di un anno, il sindaco di Reggio diventerà il sindaco della città metropolitana. Questo ci dà la possibilità di ragionare in un’ottica più ampia, di pensare a tanti progetti e occasioni in ambito metropolitano. Serviranno terreno fertile e collaborazione degli altri sindaci della provincia, ma non ho dubbi che se ragionata bene questa idea può prendere piede.

Non teme un calo di consensi in piena campagna elettorale? La città sembra impaurita…

Leggendo alcuni giornali locali, ho persino “scoperto” che la malaria si può trasmettere con un semplice contatto… e io che pensavo che la trasmissione fosse di altro tipo! Ecco, è questa la politica del terrore. Noi dobbiamo guardare avanti.

La politica del terrore, però, ha dalla sua il dissesto economico e la forte crisi sociale. In che stato versa la città?

Reggio ha un tessuto sociale assolutamente disgregato e lacerato, ma è una città che chiede di ritornare al più presto alla normalità. Una città normale garantisce sia i servizi pubblici essenziali, come quello idrico e la raccolta dei rifiuti, sia occasioni di crescita culturale e lavorativa. Tutto questo a Reggio oggi non c’è. La situazione è di estrema gravità e di estremo allarme sociale. Pesano le responsabilità e le miopie di chi ha amministrato in questi ultimi dieci anni. La città sa bene cosa è successo, sa che non è colpa né della crisi economica né della sfortuna se oggi Reggio si trova in questa situazione.

Ma, in questa situazione, perché i reggini dovrebbero essere d’accordo con lei?

Perché non si tratta di “rubare il lavoro a qualcuno” e nemmeno di “sottrarre qualcosa” alla comunità reggina. Anzi si tratta di dare vitalità ai piccoli borghi e ai piccoli Comuni, soprattutto montani, che piano piano negli anni sono stati abbandonati.

Ha appena 30 anni, chi glielo fa fare?

Me lo chiedono in tanti. Perché candidarmi nel momento peggiore della storia recente della mia città? La risposta sta proprio nella domanda: perché è il momento peggiore. Sono convinto che serva un’azione di carattere antropologico e culturale, ancor più che politico e amministrativo: restituire fiducia e speranza. Sbaglia chi pensa che la politica è qualcosa che non gli appartiene, la politica o la fai o la subisci. Non possiamo più permetterci che le scelte scellerate di pochi ricadano su un’intera comunità e su intere generazioni. È ora di abbracciare il metodo inclusivo dell’“adesso tocca a noi”.

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