«Sogno un partito democratico, laico, socialista, repubblicano, inclusivo». Il “dissidente” brianzolo racconta la sua idea di sinistra, fatta di passione e radicalità.

Allora, ricapitolando. A Pippo Civati questo Pd non piace, ma non pensa che sia il momento di lasciarlo. E continua a non piacergli il Pd degli ex ds: oggi si trova a condividere il ruolo di oppositore a Renzi, ma vuole evitare assolutamente d’essere confuso con loro. E non gli piace nemmeno – anzi, si direbbe che questa è la cosa che gli piace di meno – qualunque cosa che possa ricordare cose tipo la Sinistra arcobaleno, della quale pure parla con rispetto.

Che tutto questo possa dare una certa impressione di irresolutezza, dando adito a battutine del tipo “ma Pippo Pippo cosa fa?”, Civati ne è perfettamente consapevole. Ciò nonostante non c’è modo di strappargli non un impegno, ma nemmeno una previsione sul futuro. Perseverante, come una goccia consapevole d’essere in grado di scavare la pietra, Pippo ragiona attorno a un teorema semplice ma, forse, irresolubile. Che emerge alla fine della chiacchierata, in un estremo sforzo di sintesi.

Allora Civati, diciamo, se possiamo metterla così: il suo problema è capire se si può fare il Partito democratico nel Pd o se, per fare il Pd, bisogna uscire da questo Partito democratico. È così?

Esattamente – è la risposta – mi pare una sintesi molto buona. Che ha un corollario: non è oggi, né sarà domani, Pippo Civati ad allontanarsi dal Pd, ma è il Pd che si allontana da se stesso, dall’ispirazione originaria e anche dalle speranze di un suo recupero suscitate da Renzi. Questo risolve alla radice il problema dell’essere Civati in minoranza assieme agli stessi contro i quali fino a qualche anno fa, assieme a Renzi, combatteva. Anzi è da qui che è cominciata la chiacchierata, visto che siamo nei giorni della fiducia col naso turato, data dai bersaniani per “lealtà” e “responsabilità”.

Che ne pensa Civati di queste “responsabili” e “leali” forme di non-sfiducia?

Rispondo con una domanda: cosa vuol dire “lealtà” e “responsabilità”? La lealtà verso gli elettori è stata largamente superata con le larghe intese, visto che ci avevano eletto per non farle. E anche la lealtà dei comportamenti è stata messa via, come se fosse una cosa vecchia. Quanto alla “responsabilità”, vediamo di definire il concetto. Perché responsabilità è anche agire per tenere unito il partito non mettendo in atto comportamenti che lo dividono. Se poi si accetta di essere sempre responsabili verso chi non lo è, si rischia di assumere un ruolo ancillare. Sono solidale con chi ha votato “sì” mentre diceva “no”, ma segnalo che così facendo non si va molto avanti. Se avessi avuto tra i senatori un seguito come quello che ha Bersani, non avrei fatto casino: avrei preteso che non fosse messa la fiducia.

Non sappiamo cosa sarebbe successo. Sappiamo, però, che Renzi non pare preoccuparsene più di tanto. Anche perché è convinto che non ci sono alternative.

Non sono d’accordo. Quando a Livorno ho pensato di far nascere un’associazione che si chiama “Possibile”, in quel momento ho detto che le alternative ci sono e devono esserci: è un’esigenza politica. Se poi si riterrà che il Pd deve superare il centrosinistra, cioè non deve includere la sinistra, non l’avrò deciso io. Ho sempre creduto al Pd come un grande luogo di dibattito, diciamo “all’americana”. Ma non si può conciliare questo modo di essere col centralismo. Un senatore americano vota come gli pare, poi se la vede con i suoi elettori, qua votare in modo diverso è una violazione disciplinare. Nei prossimi mesi sono certo che si capirà se Renzi vuole sostituire questa visione di un partito aperto e inclusivo con la popolarità televisiva. Sarà una sua decisione se il Pd diventerà definitivamente il “Partito di Renzi”, quello che si è già delineato con il Jobs act, lo Sblocca Italia, la riforma del Senato, la Legge di stabilità. Un partito che forse vincerà le elezioni spostandosi al centro, che si chiamerà Pd ma non sarà più tale…

Come si trova a essere collocato, nelle varie infografiche che priodicamente appaiono sui giornali, nella “galassia” della minoranza assieme a pezzi della vecchia maggioranza?

Non mi pare che quei pezzi stiano facendo una particolare “intelligenza col nemico Civati”. D’altra parte è una minoranza che sta in maggioranza, cioè governa. Io non sono nemmeno entrato in segreteria, questo anche per rispetto nei confronti di Renzi, perché non si entra in un posto per rompere i coglioni. E ho rinunciato a tutti gli incarichi di governo e sottogoverno. Ripeto: pongo una questione politica e se altri sono d’accordo con me, non è che li seleziono. Mi spiacerebbe vedere una brutta fine del Pd. Se devono venire da noi i Sacconi e i Cicchitto io non c’entro. Anzi, per essere più precisi: non c’entro e “non centro”. Il problema è che si è perso il programma politico e culturale originario per sostituirlo con un modello fondato sul decisionismo, sull’ansia di fare. C’è una frase celebre americana che dice: «È un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana». Ecco, Renzi non è un figlio di puttana, diciamo che è solo molto disinvolto, ma non è comunque il mio.

Non teme d’essere confuso tra i “gufi” e tra gli estremisti che dicono sempre no. Su questo punto la propaganda di Renzi è molto efficace…

Non direi. A me pare che sia tutto molto sloganistico e molto poco nuovo. Se guardi lo Sblocca Italia, per esempio, vedi che a sbloccarsi sono i poteri forti. L’altro giorno in tv a Renzi è scappata una frase del tipo «quella è una battaglia della sinistra». È lui che ci etichetta in un universo che non esiste. E poi, andiamo, si può davvero sostenere che il modello della sinistra ha rovinato il Paese e che i sindacati sono all’origine della precarietà? Anche io mi sono arrabbiato con i sindacati, e il contratto unico era una mia proposta, ma serviva a stabilizzare non a creare altre forme di precarietà. Dopo la fiducia al Senato, a esultare era Sacconi. E non si può accusare chi si oppone a questo governo di fare lo stesso gioco di Bertinotti, perché Bertinotti ruppe con un governo di centrosinistra che aveva vinto le elezioni, qua si sta facendo il contrario di quanto si era detto prima delle elezioni…

E cresce l’insofferenza. Landini parla di occupare le fabbriche.

Dare messaggi appassionati e radicali è una dimensione che va recuperata. Ma Landini è anche uno che ha voluto coinvolgere tutta la Cgil. Non è un caso che ci sia una relazione profonda con lui e con tutto quel mondo sindacale che non vuole buttare via il bambino assieme all’acqua sporca. O con Vendola, che ha la stessa esigenza. Ci sono molte forze che starebbero bene nel Pd se fosse un partito inclusivo. Ed è per questo che io sto sulla soglia. Non voglio lasciare il Pd, e non voglio nemmeno fare qualche nuova forma di Sinistra arcobaleno. Bisogna stabilire che Paese vogliamo costruire e quale partito vogliamo. Se, per esempio, vogliamo il successo momentaneo e personale o quello duraturo e collettivo.

Quindi non sappiamo ancora quel che Civati farà…

Credo di essere stato chiaro. Voglio fare semplicemente il Partito democratico, un partito laico, socialista, repubblicano, inclusivo. Non mi allontano dal Pd. Eventualmente sarà il Pd ad allontanarsi da me e da una parte degli elettori che l’hanno votato. Per prendere molti voti in più? Possibile. Ma non è quello il mio partito. Se avessi voluto adeguarmi a quella visione avrei cominciato nel ‘94. Ero un ragazzo e nella zona dove vivevo c’era la Lega ed era appena arrivato Berlusconi. Ho fatto un’altra scelta.

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