Un voto quasi unanime di quasi metà del Parlamento: con 274 voti a favore e 12 contro (gli astenuti non vengono conteggiati), la House commons ha approvato, il 13 ottobre scorso, una mozione che chiede al governo britannico di riconoscere lo Stato di Palestina accanto a Israele «come contributo alla salvaguardia del negoziato per la soluzione a due Stati». Quest’ultima frase è frutto di un emendamento del laburista Jack Straw e sottoscritto da entrambi gli schieramenti, ma non è bastato a placare l’ira del governo israeliano che solo dieci giorni prima aveva dovuto incassare il riconoscimento della Palestina da parte del governo svedese. «Con tutto quello che succede nella regione, vi sembrano queste le cose importanti di cui occuparsi?», aveva tuonato l’ambasciatore israeliano a Stoccolma. Evidentemente sì, visto che più o meno contemporaneamente anche deputati irlandesi, francesi spagnoli, olandesi hanno posto analoghe richieste ai propri governi. Quelli italiani ne hanno iniziato a discutere, confidando anche nel peso che potrebbe avere una simile richiesta. L’Italia è attualmente presidente di turno della Ue e Paese che esprime l’Alto rappresentante della politica estera: un suo “si” avrebbe un impatto ben più che simbolico. Ma andiamo con ordine.

I partiti della socialdemocrazia europea hanno atteso l’autunno per preparare la loro offensiva, giudicata tanto più necessaria dopo l’estate di fuoco e sangue a Gaza. «Per quanto simbolici, certi gesti vanno fatti», hanno spiegato i Verdi francesi, che il 18 ottobre hanno rivolto un appello al presidente Hollande. Tre giorni prima tre deputati socialisti avevano chiesto che il loro governo, al pari di quello svedese, riconoscesse la Palestina come nazione. Ma Laurent Fabius, capo della diplomazia dell’Eliseo, non è in grado di dire cosa farà: «Un riconoscimento ci sarà, ma solo quando riterremo sia utile». Prima o dopo la conclusione del processo di pace? Netanyahu punta i piedi, dice che nessun riconoscimento può avvenire se non è negoziato con Israele, il che significa, spiega nel dibattito a Westminster il laburista Grahame M. Morris, «porre un diritto di veto inaccettabile». I negoziati infatti sono fermi da aprile e non ci sono indizi di una rapida ripresa. In questi sei mesi c’è stata una guerra con più di 2mila morti e la costruzione di altri alloggi in Cisgiordania, negli insediamenti che le risoluzioni dell’Onu hanno da tempo dichiarato illegali. Dipendesse dall’attuale governo israeliano, i tempi per uno Stato palestinese non arriverebbero mai. «Abbiamo avuto vent’anni di discussioni senza nessun passo avanti. Ho sempre sostenuto Israele, ma l’annessione degli ultimi 950 acri di terra palestinese mi ha fatto vergognare», dice il conservatore britannico Richard Ottaway. «In altri tempi», aggiunge, «avrei votato no a una simile mozione. Ma adesso la mia rabbia è così forte che dico sì». Esattamente come aveva previsto qualche giorno prima il segretario di Stato Usa Kerry, avvertendo Israele: «Continuate così, e vi alienerete tutti gli amici che avete».

Il si inglese, che non avrà influenza sulla politica estera di Cameron – non era infatti vincolante -, pesa più del sì svedese che è invece prettamente politico. Eppure la mossa di Stoccolma, dove i socialdemocratici guidano un governo di minoranza, segna un punto importante: la rottura di un blocco europeo finora schierato con Israele. Certo, la Ue non è così compatta come sembra: 6 dei suoi membri (Polonia, Rep. Ceca, Ungheria, Romania, Bulgaria e Slovacchia) riconoscono già la Palestina dal 1988. Per quanto la decisione risalga all’era sovietica, non è emendabile. Nel 2012, in occasione del voto alle Nazioni Unite, 5 di quei Paesi furono tra i 12 Stati Ue che si astennero, mentre la Praga votò direttamente contro il riconoscimento della Palestina come Stato osservatore dell’Onu. A favore però si espresse la maggioranza dell’Unione, equilibrando i “pesi massimi” al suo interno: sì da Francia, Italia, Spagna; astensione da Germania, Regno Unito, Olanda. A votare “no” un pugno di Paesi: isole Marshall, Micronesia, Palau, Nauru, Panama, Rep. Ceca, Canada e Stati Uniti. E ovviamente Israele.

l’articolo integrale su left in edicola da sabato 1 novembre 2014

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