I giudici assolvono tutti gli imputati del caso Cucchi: nessuno è colpevole per la sua morte. Non i medici, non i poliziotti. «Il fatto non sussiste», dice la sentenza di secondo grado cancellando anni di indagini su lividi e contusioni. La famiglia annuncia ricorso in Cassazione: «Ce l’hanno ucciso tre volte». Ecco la ricostruzione di left a ridosso dei fatti.

Lui dentro, agonizzante in una branda del carcere. Loro fuori, a bussare invano ai portoni. Genitori e figlio, in una sorta di calvario parallelo. Nessuno avverte i coniugi Cucchi che Stefano, arrestato il 15 ottobre 2009 per un po’ di hashish e due grammi di cocaina, sta morendo solo, livido e tumefatto, nel reparto detenuti dell’ospedale Pertini di Roma, senza poter raccontare come sia stato ridotto così. Per giorni, Giovanni e Rita Cucchi vengono rimbalzati da un ufficio all’altro, trovando solo porte chiuse, guardie inamovibili, lungaggini burocratiche.

All’improvviso, a mezzogiorno del 22 ottobre, suonano alla porta. La madre, ignara, è sola in casa con la nipotina di un anno. Apre. Sono i carabinieri. Ma non portano l’atteso permesso. Le notificano il decreto del pm che autorizza l’autopsia. Perché quel figlio che da cinque giorni cerca disperatamente di vedere è morto da sei ore. «Un fulmine a ciel sereno»,  dato che l’unica volta che erano riusciti a estorcere un’informazione al piantone, la risposta era stata che il ragazzo era «tranquillo». E invece la famiglia si trova a correre all’obitorio, dove Ilaria, la sorella, sente l’urlo che ancora le rimbomba in testa: l’«urlo straziante» dei suoi genitori quando vedono Stefano sfigurato, il volto pesto, irriconoscibile in quella smorfia di dolore. «Allo Stato gliel’ho dato sano, me l’hanno restituito così. Mi devono spiegare perché», ripete dolente la madre. Cammina su e giù, la signora Rita, nella casa dove ancora poche settimane c’era Stefano, 31 anni, 43 chili. Rievoca il peregrinare convulso dei giorni dopo l’arresto, quando col marito giungevano a pochi metri dal loro ragazzo per essere sempre bloccati. Ogni volta «con il borsone del cambio», racconta, come se ce l’avesse ancora addosso.

A tenere le redini di una famiglia distrutta è Ilaria, la figlia maggiore. Minuta e scavata come Stefano, occhi grandi, forte e composta, come il suo dolore. Il suo telefono squilla di continuo: giornalisti, avvocati, politici, amici. Madre pure lei, quando arriva a casa dei genitori consegna la piccola Giulia alla nonna, ex maestra d’asilo, e si siede nell’ordinato salotto dominato da massicci scaffali a vetrina. Dall’altra parte del corridoio la stanza del fratello: un divano letto, mobilio scuro, la coppa Agesci e i colori della Lazio. Per tutta la casa i suoi libri di storia. Era qui, al sesto piano di un palazzone di Torpignattara, periferia romana tra la Casilina e la ferrovia, che ogni mattina Stefano iniziava le sue giornate: appena alzato andava a correre, poi al lavoro nello studio da geometra del padre, talvolta aiutava anche la sorella, amministratrice di condominio. Il pomeriggio andava in palestra, la sera fuori con gli amici. Ex scout, la domenica andava a messa. Da pochi mesi stava sistemando un appartamento tutto suo e sperava di mettersi in proprio anche sul lavoro. «Sto ritrovando me stesso», aveva scritto alla sorella qualche giorno prima dell’arresto. «Un ragazzo normale come tanti. Molto buono ma anche molto fragile», racconta Ilaria. «Purtroppo è incappato nel problema della droga, che ha voluto affrontare andando di sua iniziativa in comunità, al Ceis di don Picchi». Entra nel 2004 per problemi con la cocaina, esce a fine 2007. «Non era un eroe ma una vittima. Purtroppo il mondo della droga è maledetto, sono facili le ricadute. E lui non ne era uscito del tutto».

I genitori lo scoprono drammaticamente all’una e mezza di notte del 16 ottobre, quando i carabinieri si presentano a casa per perquisire la stanza di Stefano, arrestato al parco degli Acquedotti assieme a «uno dei suoi migliori amici». È lui che lo incastra, perché racconta che la droga l’ha sempre avuta da Stefano. E ci si mettono di mezzo anche le pasticche per l’epilessia che le forze dell’ordine scambiano per droga. Stefano cerca di tranquillizzare i genitori buttati giù dal letto. Anche i carabinieri  sono rassicuranti: vanno via dicendo ai Cucchi che per così poco il giorno dopo il ragazzo sarebbe stato ai domiciliari. «Non mi stancherò mai di sottolineare che Stefano è uscito da qui sulle proprie gambe e senza alcun tipo di segno, né sul viso né sul corpo», ribadisce Ilaria. Invece già il mattino dopo, Cucchi si presenta al processo per direttissima con il viso gonfio e gli occhi lividi. Il giudice stabilisce che il ragazzo deve stare in carcere sino al 13 novembre, data della nuova udienza. «Da lì inizia la via crucis», continua Ilaria: quella di Stefano e quella dei genitori, che non lo vedranno più vivo.

Il ragazzo passa dal Regina Coeli al pronto soccorso del Fatebenefratelli, poi di nuovo al carcere, finché non viene trasferito al Pertini. Sempre in preda a dolori insostenibili, con due vertebre rotte e il viso livido. Sempre solo. Perché malgrado chieda ripetutamente di incontrare il suo avvocato di fiducia e l’educatrice del Ceis, non riuscirà a contattare nessuno, malgrado la sua protesta di rifiutare cibo e acqua. Mentre si discute sull’autenticità di un modulo con il quale Stefano avrebbe chiesto di non avvertire la famiglia, Ilaria ricorda che il fratello la fece chiamare da una volontaria perché allertasse il cognato. «Lo interpreto come un suo desiderio di avere contatti con l’esterno. La volontaria mi disse che il corpo era coperto dal lenzuolo ma il viso era ridotto male. Non era né sieropositivo, né anoressico come è stato detto».

Qualcuno ha anche sostenuto che si fosse conciato così cadendo dalle scale. Ma nessuno pare crederci. Infatti il filone principale, accanto all’inchiesta sui medici per omicidio colposo, è quello per omicidio preterintenzionale. Ai segni sul corpo, alle contraddizioni e omissioni, si aggiunge la testimonianza di un detenuto che avrebbe assistito a un pestaggio nella cella di sicurezza del tribunale. Ma la strada per avere giustizia rischia di essere ancora lunga. Gli avvocati della famiglia, legali anche degli Aldrovandi, li hanno avvertiti che non mancheranno le accuse contro Stefano. Non si sono fatte attendere. A cominciare dal sottosegretario Carlo Giovanardi (Udc) che ha sostenuto che a ridurre così il ragazzo è stata la droga. Ilaria risponde ferma: «Mio fratello aveva dei problemi ma non credo che a casa sua sarebbe morto il 22 ottobre».

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