Ricordo come fosse ieri la sensazione uditiva della prima volta in cui sentii il suo suono. Erano i primi anni Ottanta e mi trovavo a Milano a casa di un amico contrabbassista. Mise sul piatto un disco di cui non sapevo nulla e mai come allora quel suono mi colpì e m’incuriosì. I miei ascolti erano quelli di Miles Davis e Chet Baker. Sarei stato in grado di riconoscere il loro suono tra mille come anche quelli dei vari altri trombettisti be-bop ma “quel” suono aveva un qualcosa di diverso e unico. Era incredibilmente pulito, agile e capace di fendere il silenzio come una spada.

Ovviamente era la tromba di Kenny e questa era suonata con un principio che mi sfuggiva e mi affascinava. Il disco era della Ecm e la qualità generale del suono e della registrazione contribuiva a renderlo ancora di più misterioso e originale.

Iniziai a comprare tutti i suoi dischi ma mai provai a suonare come lui perché per me sarebbe stato impossibile. La sua tromba e il suo flicorno lasciavano ampi spazi all’immaginario e improvvisamente si lanciavano in repentini e strazianti voli pindarici verso il registro acuto, quasi al limite delle possibilità fisiche e strumentali. Solo dopo qualche anno e attraverso i ripetuti ascolti compresi e apprezzai anche la sua grandezza compositiva fino a quando, nell’estate del 1984, fui invitato dal contrabbassista Paolo Damiani a suonare al suo fianco in un sestetto composto anche dalla cantante Norma Wistone, il pianista John Taylor, il batterista Tony Oxley e lo stesso Paolo Damiani.

l’articolo integrale su left in edicola da sabato 1 novembre 2014

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