L’agente di quella strana frontiera europea (una frontiera immaginaria, tracciata tra due aerovie) a un certo punto ha cominciato a guardare, con crescente attenzione, prima la foto tessera del passaporto, poi il viso di Abo Jaib, poi di nuovo la foto tessera. Alla fine ha scosso la testa e sia Alhallak che Al Mardini hanno capito che il loro piano era fallito. Abo Jaib, che ha sei anni, l’ha capito subito dopo, quando i poliziotti hanno portato via i suoi zii e lui si è trovato solo in quell’ufficio. E poi, alla fine di un viaggio in macchina, in quell’enorme casa abitata da donne vestite di grigio, la testa coperta da un fazzoletto bianco.

Il piano degli zii era ben congegnato. Alhallak, 44 anni,il più grande dei due, aveva fatto più volte lo stesso gesto del poliziotto – prima uno sguardo alla foto del passaporto, poi al nipotino, poi di nuovo alla foto – e aveva raggiunto la conclusione che Abo Jaibc somigliava tantissimo a Mohammad, il figlio di Al Mardini. E che la polizia di frontiera, rassicurata dai loro passaporti svedesi, avrebbe svolto un controllo veloce e distratto. D’altra parte, non c’erano altre possibilità per tirarlo fuori dalla Siria. Se non quella ipotizzata dalla madre di Abo Jaib: affidare il piccolo ai trafficanti, caricarlo su un barcone e farlo arrivare così in Europa. Un progetto pericoloso quanto disperato. Alhallak e Al Mardini appena ne erano stati informati avevano detto “no”, niente trafficanti e niente barconi. Quindi avevano deciso di partire per la Siria e di occuparsi direttamente del viaggio del ragazzino verso l’Europa. E adesso – mentre entravano nel carcere di Civitavecchia- scoprivano che in Italia la loro missione umanitaria familiare viene chiamata “traffico internazionale di minori”. Un’accusa che prevede molti anni di carcere.

Questa è una storia incredibile. La storia di un piano complicatissimo messo in atto per risolvere un problema che per il diritto internazionale è molto semplice. La storia di un caso giudiziario intricatissimo che si chiarisce felicemente in pochi giorni. Fatto insolito ovunque, del tutto straordinario in Italia. Le date parlano da sole: l’arresto nell’aeroporto di Fiumicino dei due zii di Abo Jaibc avviene il 19 ottobre. Una settimana dopo, il 26 ottobre, tutti e tre sono a Malmo, in Svezia. Esattamente nel luogo, e nella casa, da dove il 17 ottobre Alhallak e Al Mardini erano partiti per andare a recuperare il nipotino.

Bisogna infatti sapere che una parte della famiglia di Abo Jaib da più di dieci anni vive in Svezia, dove si è ben sistemata e ha costruito una nuova vita. E che il padre di Abo Jaib poco più di un anno fa – in uno dei tanti episodi della guerra civile siriana – è rimasto gravemente ferito durante un bombardamento: gli sono state amputate entrambe le gambe. E che da allora la madre di Abo Jab, il fratello diciannovenne Jaed Aeshan e la sorella di quattordici anni hanno vissuto nel terrore, rintanati nella loro casa nei sobborghi di Damasco ad accudire quell’uomo distrutto, con l’incubo di un nuovo bombardamento, di un’irruzione, di una pallottola vagante che ti uccide nei pochi momenti in cui esci di casa per cercare un po’ di cibo. Tanto che nel marzo scorso, Jaed Aeshan – il più esposto ai pericoli per la sua giovane età – è fuggito e, dopo un viaggio avventuroso, ha raggiunto i parenti svedesi.

l’articolo integrale su left in edicola da sabato 1 novembre 2014

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