«Guarda questo, capirai l’intero senso di quello che cerco. Sono 5 minuti, basta che clicchi e scarichi il video. Il senso di cucina del popolo e non di cucina tradizionale. Alza il volume». Scarico, alzo il volume e guardo. Vedo il volto di una donna dai capelli bianchi, le sue mani muoversi per fare la “pasta rasa”. Ascolto mentre racconta la sua vita, da bambina umiliata perché trovata senza divisa fascista a staffetta partigiana. E capisco cosa vuole dire Daniele De Michele, in arte Donpasta, imperdibile artista che da vent’anni unisce musica e cibo. Dopo Food sound system (2006) e La parmigiana e la rivoluzione (2013) esce in questi giorni il suo nuovo libro Artusi remix (Mondadori Electa). Lo cerchiamo e ci facciamo raccontare come e perché ha passato un anno su e giù per l’Italia a raccogliere più di 250 ricette di cucina popolare.

«Persegue una propria vita, fra parentele e web, fra una regione epicentro – la sua Puglia e non la Romagna di Artusi – e fiuta rischi e vantaggi della delocalizzazione di qualsiasi testo di cucina nella comunicazione e nei suoi linguaggi. Mentre Artusi copriva d’anonimato i proprio “coautori”…, Donpasta rivela e associa al suo progetto, con nome e cognomi, consiglieri, testimoni, massaie, dilettanti…». Nella prefazione del tuo libro ti descrivono così. Sei tu? Vuoi aggiungere qualcosa?

La sintesi l’ha fatta, nell’introduzione del libro, Alberto Capatti, il più importante esperto dell’opera di Artusi. Io volevo raccontare la cucina nel nuovo millennio e non potevo non partire dall’Artusi, che riuscì a dare un’omogeneità non solo alla cucina ma alla lingua italiana stessa. I suoi libri hanno aiutato forse milioni di famiglie ad apprendere l’italiano, trovandosi in ogni cucina sin dalla fine del 1800. Per salvare quel patrimonio adesso serve fare l’operazione inversa. Sottolineare le diversità di ogni luogo, degli ingredienti, ritrovare la propria lingua, il dialetto, accorgersi di ciò che smuove la gente a parlare di una delle cose più vitali e simboliche per se stessi e il proprio corpo, che è il mangiare.

«Alla ricerca di nuovi modi di trasmettere la propria cucina, Casa Artusi, ha fatto dunque il patto col diavolo» che, precisano, non sei tu, ma la rete. Eppure questa esigenza di collettività e questo girovagare un anno intero per l’Italia non ti ha fatto sentire l’innovatore del patrimonio di Casa Artusi?

Il questionamento per Casa Artusi non riguardava tanto il contenuto del mio lavoro, ma la difficoltà nel raccogliere ricette nell’epoca in cui il cartaceo rischia di scomparire e soprattutto la modernità ha quasi cancellato il patrimonio culinario millenario. Ci si domandava come validare da un punto di vista filologico una ricetta, che è testimonianza, nell’epoca dei fake, dei falsi, dei copia e incolla da internet. L’unico modo che avevo per capire se una ricetta fosse verosimile era ripartire dal senso intimo che ognuno porta in sé della cucina, che è una sintesi interessante di come porsi tra passato e presente.

l’intervista integrale su left in edicola da sabato 8 novembre 2014

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