Ultimi giorni per “votare” la scuola che verrà. Il 15 novembre infatti si chiude la consultazione popolare sul piano del governo La buona scuola. L’operazione, iniziata il 15 settembre e rivolta a tutti i cittadini, non solo studenti e docenti, è stata presentata negli spot come «la più grande consultazione – trasparente, pubblica, diffusa, online e offline – che l’Italia abbia mai conosciuto finora». A due settimane dalla chiusura, il bilancio della mobilitazione presenta luci e ombre. Intanto, le cifre. Di fronte ad una popolazione di circa 8 milioni di studenti e 628mila docenti, i partecipanti online, secondo i dati forniti dal ministero dell’Istruzione, sono stati 80mila su 700mila accessi al sito.

I cittadini, invitati dal presidente del Consiglio «a essere protagonisti, non spettatori», esprimono la propria opinione, ricordiamo, su un rapporto di 136 pagine che delinea la scuola del futuro. Seguendo lo stile semplificato delle slide, il sito labuonascuola.gov.it individua 6 punti chiave del “patto educativo” enunciato da Renzi: l’assunzione di tutti i precari (148mila), la formazione e la carriera dei docenti, l’autonomia e la valutazione scolastica, i programmi e le materie del domani, il rapporto scuola-lavoro e infine la questione delle risorse pubbliche e private da investire nell’istruzione. Su questi sei nodi sono impostati i questionari, con un numero variabile di risposte tra cui i votanti devono scegliere quelle di gradimento, anche se è possibile aggiungere suggerimenti, al di là delle indicazioni del Miur.

A cosa serviranno i questionari? Nel sito è scritto: «A migliorare le proposte, a capire cosa manca, a decidere cosa sia più urgente cambiare e attuare». Ma sull’esito finale della consultazione è piuttosto scettico Vincenzo Smaldore, responsabile editoriale di Openpolis, l’associazione che si occupa proprio di trasparenza e di partecipazione democratica attraverso la rete e che ha appena pubblicato un dossier sulla “produttività” dei parlamentari italiani. «Temo che la consultazione non andrà da nessuna parte. Mi sembra soprattutto un’operazione di comunicazione, non di partecipazione né di trasparenza».

I motivi, secondo Smaldore, dipendono un po’ dall’impianto generale da cui discende labuonascuola.gov.it, cioé il sito passodopopasso.italia.it che secondo Openpolis non fa quell’accountability che lo stesso Matteo Renzi ha dichiarato di voler fare in più occasioni pubbliche. Cioè non c’è “rendicontazione”, non si danno «informazioni base su tempi, azioni e risultati dell’attività dell’Esecutivo» in modo da permettere la valutazione delle scelte.

Per esempio, a proposito dei 400 milioni annunciati dal premier con l’hastag #scuolebelle, come si fa a capire se sono «tanti o pochi, di più o di meno degli anni passati?», si chiede Smaldore. Lo si può sapere solo con un’informazione su basi storiche e che preveda un monitoraggio delle richieste. «Tutte informazioni di cui sicuramente le strutture politiche e amministrative sono in possesso. Ma se si vuole essere trasparenti bisogna condividerle perché non è possibile fare la valutazione senza il contesto», precisa il responsabile di Openpolis che entra nel dettaglio della consultazione online de La buona scuola.

«Se da un punto di vista tecnologico la piattaforma funziona, è intuitiva, ha un design pulito e semplice, con i continui collegamenti ai capitoli del Dossier e con il calendario degli eventi nei territori, quello che invece non è chiaro è il percorso che avranno le risposte pervenute: si rimanda in maniera abbastanza fumosa ad una fase successiva di elaborazione dei suggerimenti, e poi si vedrà. Invece occorre definire un percorso di partecipazione anche all’interno di quelle che sono facili consultazioni. E poi bisogna fare attenzione all’autenticità dell’utente online», sottolinea Smaldore.

Cosa interessa al Miur, 80mila questionari riempiti o 80mila cittadini “reali” interessati al futuro della scuola? Per evitare il pericolo di automatismi di cui la rete è piena, per cui con un semplice click un programma può compilare a piacimento tutti i questionari possibili, suggerisce l’esperto di Openpolis, occorre una procedura di autentificazione rinforzata, con la richiesta di dati personali, come per esempio il codice fiscale.

l’articolo integrale su left in edicola da sabato 8 novembre 2014

Commenti

commenti