Approvato alla Camera il decreto Sblocca Italia con l’ennesima fiducia posta dal governo che ha incassato 278 voti favorevoli, 161 contrari e 7 astenuti.

Si segnalano, tra gli altri, alcuni “non allineati” anche nel Pd, con i contrari Civati e Pastorino e gli astenuti Capodicasa, Folino e Guerini, segno di un malessere crescente all’interno delle fila democratiche manifestatosi con una rottura parlamentare che sembra sempre più insanabile e i cui effetti potrebbero protrarsi anche al Senato. E proprio in Senato, dov’è in esame il provvedimento che scade l’11 novembre, si dovranno fare i conti con la ristrettezza dei tempi. Diversi i settori oggetto del decreto, dai trasporti all’edilizia, dall’ambiente alle imprese, tra grandi opere, fiumi di cemento e colpi di spugna ai vincoli paesaggistici.

Una delle aree di maggiore interesse tecnologico è quella rappresentata dall’art. 6 del Capo II sulle agevolazioni per la realizzazione di reti a banda ultralarga. Un aspetto legislativo atteso da molto tempo per affrontare i limiti del digital divide che isola intere porzioni del Belpaese da servizi di connettività e che, anche in presenza di connessione, presenta limiti in termini di velocità.

Lo scorso giugno Akamai, società di servizi online, ha pubblicato un rapporto sullo stato di Internet nel mondo relativo al primo trimestre 2014. Tralasciando i dati nel loro complesso, è emerso un elemento assolutamente negativo per noi: in Europa, l’Italia è l’unico Paese a registrare un declino nel lungo periodo sulla qualità dell’accesso alla rete. Un dato che si ripercuote in vari settori della quotidianità, dalle possibilità di nuovo business alle opportunità di servizi al cittadino erogati dalle pubbliche amministrazioni passando per la ricerca, sia pubblica che privata. Limiti a cui s’è cercato di dare risposta con lo Sblocca Italia, ad esempio, con l’obbligatorietà, a partire dal 2015, della predisposizione alla fibra ottica all’interno degli edifici di nuova costruzione o con gli sgravi per il potenziamento della rete.

Tuttavia, nonostante i buoni propositi, l’impressione generale è quella di uno sguardo eccessivamente rivolto alle esigenze delle grandi società delle Telecomunicazioni, unico settore che durante questi anni di crisi ha continuato a macinare utili e al quale vengono fornite agevolazioni, incentivi e deroghe ai vincoli paesaggistici tanto da non aver più bisogno di autorizzazione per interventi su impianti di telefonia mobile esistenti. Non esattamente quello che si dice un cambio verso.

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