Il dado è tratto. Le probabili dimissioni del presidente Giorgio Napolitano sono, infatti, i dadi lanciati nel bussolotto della politica italiana. Un gesto avventato? Una complicazione dello scenario istituzionale già reso accidentato dalla impossibilità di trovare la quadra sulla legge elettorale, dalla riforma del Senato, dalla guerra per ora a bassa intensità con le toghe? È da escludere.

Il lungo colloquio di qualche giorno fa tra Matteo Renzi e il Presidente era, forse, dedicato alla scelta del successore agli Esteri di Federica Mogherini, ma ora sembra chiaro che Napolitano ha reso noto al premier anche il countdown della presidenza verso fine anno. Con il Quirinale scoperto e con un Presidente da scegliere la politica potrebbe finire in una palude insalubre e pericolosa. Senza una legge elettorale, senza una guida autorevole che imponga ai partiti con nuovo vigore la strada delle riforme che, anche, l’Europa pretende in tempi brevi, si potrebbero addensare nubi scure.

Scaduto il semestre italiano di presidenza Ue a fine anno si starà con il fiato sospeso. Forse. In verità tutti i tasselli potrebbero essere pronti per accogliere l’ultimo tessera del mosaico che consentirà a Renzi di giungere, forse, al 2018. Mario Draghi non potrà restare incollato ancora a lungo alla poltrona della Banca centrale europea, il Paese lo chiamerà a gran voce al Colle ed egli, come Carlo Azeglio Ciampi, non potrà sottrarsi. Bankitalia verserà l’ennesimo tributo alle sorti del Paese (da ultimo la presidenza della Rai) e Angela Merkel si sbarazzerà di uno scomodo monetarista cripto-keynesiano, nemico del rigore teutonico. Non è facile che le cose vadano così, ma è uno scenario che ci pare credibile.

Con il passaggio del testimone da Napolitano a Draghi l’ultimo frammento della Prima Repubblica cederebbe il passo direttamente a un uomo della Terza Repubblica, più in sintonia con il modello sociale ed economico che il presidente del Consiglio Matteo Renzi immagina per la nazione degli anni a venire.

La centralità acquisita dal Quirinale è ormai irrinunciabile e se davvero il Senato non parteciperà più al processo legislativo il Colle sarà decisivo nel controllo sulle iniziative legislative del governo. Il vero custode della Repubblica e della democrazia semi-parlamentare.

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