Questa Rai a Renzo Arbore proprio non piace. «Non è più la mia televisione», dice a Left mentre si appresta a celebrare i suoi 50 anni di carriera. Con i suoi dipendenti è imprevidente. Con lui è persino ingrata.

In mezzo secolo Arbore ha innovato il linguaggio del servizio pubblico, al fianco di Boncompagni con Alto gradimento o al timone della strampalata tribù di Indietro tutta!. Le sue irruzioni nel piccolo schermo hanno spazzato via l’ingessatura della tv di Stato di fine anni 60. Ha fatto scoprire i Beatles e Lucio Battisti agli italiani, realizzato il primo talk show in tv con Speciale per Voi…, registrato ascolti da prime time in seconda serata (con Quelli della notte, prima, e Meno siamo meglio stiamo, poi). E, ancora, con l’Orchestra italiana ha eseguito il primo concerto di un occidentale sulla Piazza rossa di Mosca dopo la fine del comunismo, firmato la prima produzione cinematografica Rai con Pap’occhio, film-cult mai andato in onda sui canali di viale Mazzini.

Cinquant’anni «di medaglie che mi ero messo sul petto e cominciavano a pesarmi», racconta. Mamma Rai lo ha trattato con i guanti d’oro? «La Rai è un po’ ingrata», risponde Arbore. «E pensare che le sono rimasto fedele fin da quando ho vinto il concorso nel ’64 e che ancora oggi continuo a lavorare quasi gratis per la Rai. Ma da questo orecchio Viale Mazzini non ci sente. Anzi, le orecchie sono tante, ma sono tutte sorde».

Renzo Arbore è il più illustre ma non l’unico figlio che si sente trascurato da Mamma Rai. Pochi giorni fa gli operatori di ripresa sono entrati in sciopero contro lo “zainetto”, una nuova apparecchiatura che permette a chiunque di realizzare riprese, montare immagini e spedirle alle redazioni. Le professioni tradizionali della produzione televisiva si sentono minacciate dall’innovazione tecnologica. Come sessant’anni fa, quando la tv tolse per sempre alla radio il monopolio della comunicazione di Stato.

Nuovi i mezzi antiche le dinamiche, assicura Arbore che quel passaggio epocale lo ha vissuto direttamente: «Il compito della direzione, della commissione, del Cda è quello di prevedere i cambiamenti e capire come riutilizzare le proprie capacità straordinarie», spiega. «La Rai in passato ha avuto un’etica straordinaria: in radio non mandavano via nessuno, il contrabbassista dell’orchestra radiofonica veniva “riutilizzato” diventando stenografo delle canzoni. A chi lavorava in Rai venivano affidate altre e nuove mansioni. Questo dovrebbe fare la Rai, invece di prendere quelli che vengono da altre parrocchie e che magari non hanno nemmeno la capacità che abbiamo avuto noi di fare il servizio pubblico».

Renzo Arbore, che rivoluzione farebbe oggi in Rai?

Ci vorrebbe la televisione d’autore. Anche umoristica, anche leggera, ma che arricchisca e non che impoverisca. Oggi si punta a evidenziare le beghe e le risse. Diciamo la verità, i protagonisti di alcuni reality sono figure mediocri e non certo dei ragazzi studiosi, degli operai che hanno fatto qualcosa di straordinario, delle brave persone. Sono personaggi presi nella media del pubblico meno attrezzato culturalmente, si sceglie quel campionario pensando che la maggioranza si vuole identificare in quegli “eroi” lì. Questa non è la mia televisione. Oggi fanno tutti una tv “contro”. L’imitatore fa un’imitazione contro l’imitato, per far ridere deve dire una cosa trasgressiva, quindi contro la morale.

Anche lei con le parodie ci andava pesante, però.

Ma io ho sempre fatto la televisione “per”, vendevo la mia mercanzia. Aiutavo il mio valletto muto, Andy Luotto, a decifrare il nostro Paese. E lui diceva: “Buono” o “No buono”. Poi c’erano il finto prete Frate Scasazza che era Nino Frassica, l’intellettuale rigoroso che era Riccardo Pazzaglia, una cugina loquace che era Marisa Laurito, erano tutti personaggi parodistici ma che arricchivano il pubblico, facendolo ridere. Oggi fanno anche della buona tv, per carità, ma la mia formula non ha prodotto discepoli.

l’intervista integrale su left in edicola da sabato 15 novembre

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