«Nella politica dovrebbe tornare un po’ di passione. Invece tra gli elettori di sinistra passa il messaggio che vengono prima gli interessi, la collocazione personale». Sergio Cofferati da pochi giorni ha annunciato la sua corsa alla presidenza della Liguria, una regione martoriata dal dissesto idrogeologico e in una crisi profonda.

L’ex segretario della Cgil, l’uomo dei due milioni e mezzo al Circo Massimo nella manifestazione per la difesa dell’articolo 18, è stato rieletto al Parlamento europeo lo scorso maggio proprio dagli elettori liguri. Genovese di adozione («mia moglie è di Genova e qui è nato mio figlio»), a 66 anni si rimette in gioco. E lo fa accettando la sfida delle primarie che si terranno il 21 dicembre. La corsa lo vede impegnato soprattutto contro l’altra candidata del Pd Raffaella Paita, renziana, assessore regionale alle Infrastrutture e alla Protezione civile. Tra i concorrenti, c’è anche Massimiliano Tovo alla guida di una lista civica.

Sergio Cofferati perché ha deciso di candidarsi?

Non avevo messo in conto in nessun modo questa decisione. Ma sono stato sollecitato a farlo non solo dall’interno del Partito democratico della Liguria, ma soprattutto da tanti cittadini. A volte in modo molto affettuoso. Sono gli stessi che qualche mese fa mi avevano votato per continuare il lavoro in Europa. Una richiesta che parte dalla vera emergenza economica, sociale e politica che purtroppo sta colpendo la Liguria. Ci ho pensato e riflettuto. Io considero la politica come servizio. E siccome quei cittadini sentono il bisogno di una mia presenza in Liguria, devo essere disponibile. Inoltre, all’emergenza economica si unisce una crisi istituzionale accentuata dai ritardi e dagli errori, come si nota anche dalle drammatiche vicende di queste settimane che stanno proponendo problemi che già si erano verificati tre anni fa, con l’emergenza del dissesto idrogeologico.

A quali forze e movimenti si rivolgerà? Dove pensa di raccogliere consensi nella sua corsa per le primarie?

Credo che sia indispensabile introdurre nelle politiche dell’istituzione Regione cambiamenti radicali rispetto al passato più recente. Cambiamenti forti. Tutti quelli che sono convinti che bisogna cambiare rotta sono ben accetti nella coalizione che dobbiamo costruire. Occorrono politiche diverse. C’è stata una mancanza radicale di politica ambientale, ma anche un’assenza altrettanto vistosa di quella relativa alle infrastrutture. I nostri porti, ad esempio, così importanti, non riescono a esprimere la loro potenzialità perché non sono collegati a sufficienza con il territorio circostante.

Tutte le forze che vogliono cambiamento: cosa significa?

Ovviamente significa che i confini sono ben precisi. Penso a una coalizione di centrosinistra. Al di là del puro rapporto istituzionale, non penso ad alcun coinvolgimento del Nuovo centro destra. Non si può ripetere in Liguria il modello di governo nazionale. Assolutamente. Anzi, bisogna fermare processi vistosi di trasformismo. Il venir meno dell’antico coagulo del centrodestra che aveva come leader Scajola e la sua attività politica sta producendo fenomeni negativi. Gruppi, persone di destra si fingono soggetti civici non avendo più il referente di prima.

Lei si riferisce a Massimiliano Tovo?

Che cosa sia oggi Tovo non si sa, e questo è un problema che dovrà chiarire lui stesso. No, c’è molto di più: si tratta di movimenti di sindaci eletti nel centrodestra. Anche se io non nego a nessuno la possibilità di cambiare idea, la rottura con il passato deve esser netta e visibile. Non si può fare una coalizione con soggetti ignoti.

Sarà un “laboratorio rosso” quello di Sergio Cofferati in Liguria?

Penso che sia molto importante il rapporto con le forze alla sinistra del Pd, ma è lontana da me l’idea del laboratorio! Adesso servono uno sforzo straordinario e un rapporto forte, che è motivato dalla crisi. Non penso a nulla che possa avere a che fare con la dialettica interna del Pd e ancor meno a ipotesi che abbiano la pretesa di essere laboratorio di soluzioni future. No, adesso bisogna misurarsi sul campo con problemi enormi e drammatici da risolvere.

Dall’esterno la sua candidatura può essere letta in chiave anti-renziana.

Sono già in fieri e saranno presto esplicite le disponibilità di una parte del centro, cioé dei renziani della Liguria, a sostenere la mia candidatura. Comunque punto ad avere uno schieramento trasversale nella geografia interna del Pd.

In questo momento in cui si invoca da più parti la necessità di una politica industriale, lei ha in mente nuove attività produttive?

Qualche decennio fa quando entravano in crisi le produzioni di base, la siderurgia e la chimica, la Liguria propose un investimento su attività manifatturiere più nuove utilizzando anche una cultura dell’innovazione presente nell’università e nelle strutture di ricerca genovesi. Un modello molto affascinante che per qualche tempo ha funzionato e che poi si è arrestato perché il governo nazionale e gli enti locali non hanno più creduto al valore dell’innovazione. Si tratta di rilanciarlo, partendo dalla realtà e dalla storia di Genova. Non penso solo al manifatturiero, ma anche ai beni e ai servizi. Penso alle potenzialità del turismo, molto spontaneo e poco programmato. Al sistema dei teatri della Liguria che hanno fama e visibilità in Europa e che sono difficili da fruire per chi abita le regioni vicine. E poi bisogna intervenire sulle infrastrutture, sui trasporti, sui porti. Bisogna intervenire utilizzando risorse che preesistevano e che, ricollocate in un quadro diverso, possono dare vantaggi. Occorre una politica minimamente programmata. In passato ha prevalso l’idea che ognuno faceva per conto suo, con le amministrazioni che stavano a guardare.

Quale potrebbe essere il ruolo del sindacato a livello politico, anche dopo la radicalizzazione dello scontro con il governo sul Jobs act? Potrebbe nascere un partito del lavoro?

Per me non sono temi all’ordine del giorno. Penso una cosa molto semplice: quando un territorio con la storia e la bellezza della Liguria entra nel tunnel di una crisi così drammatica, riuscire a affrontarla senza che si rompa il rapporto tra istituzioni e cittadini e ottenere qualche risultato per rovesciare la tendenza negativa in atto, sarebbe di per sé un grande risultato. A questo vale la pena destinare energia e disponibilità. Se no cos’è la politica?

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