«C’erano una volta 43 poveri ragazzi…». No, non hanno più belle favole da raccontare, i nonni del Messico. Conoscono ormai soltanto storie vere che possono iniziare così, proprio come quella dei 43 studenti di Iguala, nello Stato meridionale di Guerrero, rapiti il 26 settembre e ritrovati poco più di un mese dopo in una discarica data alle fiamme. Li avevano gettati là, alcuni ancora vivi, nel fondo di quella immonda foiba ardente da dove sono usciti come mucchietti d’ossa spezzate e cenere. Cose impossibili soltanto da immaginare anche da parte di chi pratichi poco quella cosa chiamata umanità. Eppure sono storie così quelle che i nonni potrebbero narrare oggi ai loro nipoti: tutte orribili, tutte identiche una all’altra, tutte scritte con il sangue. Storie che non si concludono con un «vissero a lungo…», ma piuttosto con uno straziante «…e morirono atrocemente».

Sono le brutte storie che raccontano di un Ogro feroz – lo chiamerò così – quell’orco feroce che un tempo viveva lassù, al Norte, lungo la frontiera oltre la quale si stende lo smisurato e spesso farlocco lunapark d’America. Che brilla appena lì, a pochi metri oltre il Rio Grande. Da anni, purtroppo, l’orco ha iniziato a muoversi. Si aggira dal Nord al Sud, terrorizzando un grande Paese che un tempo aveva avuto la dignità – povera, ma vivaddio era dignità – del Terzo Mondo. Si sposta, l’Ogro feroz, e assume tanti nomi diversi quanti sono quelli dei cartelli della droga che si dividono una torta da 50 miliardi di dollari ogni anno. Sono le gang di Tijuana o quella dei fratelli Beltràn Leyva, le accolite dei decapitatori di Sinaloa o degli scuoiatori di Ciudad Juarez, la Familia Michoacana e i Los Zetas, i Los Negros o ancora i Templarios. Per nominare soltanto i più potenti e famosi. A guidarli, dalle loro lussuose ville, sono uomini ricoperti di catene e orologi d’oro e con le pance gonfie fasciate di batista bianca; mentre a metterci le braccia, e spesso la testa, è una fauna variegata che va dai chimici con pochi scrupoli agli ex poliziotti che di scrupoli ne hanno ancora meno, dai poveri diavoli generici ai militari senza più bandiera.

Ma oltre che diversi nomi, l’Ogro feroz assume altrettanti volti. Volti per esempio senz’anima, senza più un’espressione, ma ciascuno con il proprio soprannome di battaglia come quelli di Patricio Retes, detto El Pato; di Juan Osorio, più noto come El Jona; o ancora di Agustin Garcia Reyes, chiamato El Chereje, ovvero i tre che a cose fatte la polizia federale ha individuato e arrestato giorni fa come esecutori della strage. Con indifferenza, i tre hanno anche confessato. Come a dire: «Eh hombres, e che saranno mai 43 ragazzi uccisi?».

Ma i volti dell’orco – i volti contano, aveva ragione Lombroso – possono avere gli occhi cattivi e bistrati di Maria de Los Angeles Pineda Villa, onnipresente e onnipotente moglie del sindaco di Iguala, e cioè quel “galantuomo” di José Luis Abarca Velàzquez. I loro sventurati “sudditi”, che quando ne vogliono parlare bene li definiscono come due monumenti di protervia e arroganza, li chiamano sottovoce “La Coppia imperiale”. La signora, autocandidatasi a prendere il posto del consorte alle prossime elezioni, può contare su quella che si dice una gran bella famiglia, storicamente legata al cartello dei Beltràn Leyva, come testimonia un cursus honorum che comprende due suoi fratelli morti ammazzati, più altri due latitanti, da quando è esplosa la guerra contro il Cartello del Pacifico, l’altro terribile esercito dei narcos in quell’area del Messico. E almeno una trentina di loro parenti ricoprono i posti chiave dell’amministrazione.

Quanto alla loro povera città, appunto… Da quel che ne scrivono i giornalisti locali liberi, almeno quelli ancora vivi, o da quanto si legge su un sito molto ben informato come www.borderlandbeat.com, a Iguala la linea di demarcazione tra polizia e malavitosi è talmente labile che è cosa nota come la prima risponda di fatto al gruppo criminale dei Guerreros unidos, in ottimi rapporti con la coppia imperiale. Si spiega così, stando alla ricostruzione dei fatti, anche la sparizione e la successiva strage di quei poveri 43 ragazzi. I quali, studenti del college Raùl Isidro Burgos di Ayotzinapa, un istituto che forma insegnanti di materie legate all’agricoltura, avevano avuto l’ingenua e pessima idea di voler protestare contro le ripetute azioni discriminatorie da parte delle autorità locali nei confronti degli studenti provenienti dalle aree rurali, e tutto a vantaggio di quelli di città. Lo avevano fatto in corteo, andando a “disturbare” una festa organizzata proprio per annunciare la candidatura a sindaco della Pineda Villa. Gli imperatori non dovevano aver gradito: pollice verso, o forse soltanto un sopracciglio inarcato. E la premurosa polizia locale, forse senza nemmeno la necessità di un ordine, lo ha fatto capire, mandando avanti i tre con il soprannome.

È andata così, per incredibile che possa apparire. Chi avrà il cuore di dirglielo, adesso, ai nonni senza più favole del Messico?

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