«Questa rivoluzione non ha un volto». Con questo slogan i movimenti di protesta contro la troika hanno invaso le piazze europee: in Grecia come in Spagna. Eppure è anche grazie ai “volti” dei loro leader – Alexis Tsipras e Pablo Iglesias – che quei movimenti sono diventati le forze politiche che oggi rischiano di entrare dritte dritte nei palazzi del governo. La greca piazza Syntagma si è tradotta in Syriza, oggi primo partito ellenico che negli ultimi sondaggi supera il 31,3 per cento. Podemos, l’ala sinistra del movimento spagnolo degli indignados 15-M, in soli 9 mesi può già dirsi un partito di massa: se si votasse domani otterrebbe il 27 per cento dei consensi.

In Italia la sinistra radicale – quella a sinistra del Pd – da anni procede a una lenta e faticosa riunificazione. Lo scorso maggio alle Europee un traguardo lo ha raggiunto: il superamento dello sbarramento e l’elezione di tre eurodeputati. A vincere la sfida è stata L’Altra Europa con Tsipras, una lista radicale con un leader forte e riconoscibile, anche se straniero. Oggi la domanda è: se l’Altra Europa sta con Tsipras, l’Altra Italia con chi sta? A Firenze, il 16 e 17 novembre, di leader ce n’erano tanti: da quelli del Gue, i freschi e giovani rappresentanti della Sinistra europea, ai più “classici” italiani: Nichi Vendola, Pippo Civati, Paolo Ferrero, Sergio Cofferati, Fausto Bertinotti.

«Non mi nascondo che una delle malattie del nostro tempo è la personalizzazione della politica», ammette Marco Revelli, storico, sociologo e promotore de L’Altra Europa con Tsipras. «La considero una patologia e ho sufficiente realismo per sapere che le patologie sono dei dati di fatto, non si può far finta che non esistono. Ma non sono convinto che debba essere una sola, anche una pluralità di figure credibili andrebbe altrettanto bene».

Quello di un leader, insomma, non pare essere il primo assillo per il nuovo soggetto della sinistra. La preoccupazione per il momento è ancora ferma alla definizione del “perimetro” del nuovo soggetto. «Che deve essere ampio», secondo Massimo Torelli di Alba, «e includere anche una parte di democratici. Quando c’è una crisi economica reale e in campo una proposta rivoluzionaria come quella di Renzi, tutto ciò che c’era prima diventa storia, viene spazzato via». A Firenze, per Torelli, è stato definito il campo dell’ampiezza in cui «vogliamo stare. L’aspirazione ad avere un campo ampio l’abbiamo avuta da subito, non a caso Curzio Maltese stava nel Pd».

È più prudente Pippo Civati del Pd, presente a Firenze come “esterno, ma bendisposto”. «Per ora è più importante capire il perimetro e cosa vuole fare il Pd», dice il deputato democratico. «Capire se il partito di Renzi abbandona tutta la sinistra. Anche quella al suo interno. La definizione di questo perimetro dipende anche da Renzi: se il Pd sbatte la porta è chiaro che un soggetto politico nascerà. E i leader sono quelli che conosciamo già, ma forse è il caso di trovarne degli altri. C’è Maurizio Landini che interpreta l’area sindacale, ma le realtà sono tante».

l’articolo integrale su left in edicola da sabato 22 novembre 2014

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