«Ah si? Ma davvero ci sono le elezioni?». Al mercato delle Erbe di Bologna non sono poche le donne intente a fare la spesa – spesso ex militanti comuniste – che cadono dalle nuvole davanti ai cronisti di Radio Città del Capo.

A pochi giorni dalle Regionali in Emilia Romagna domina l’indifferenza. Un centinaio di chilometri più a Sud, in Romagna, i sondaggi tra i cittadini che i quotidiani locali pubblicano per vivacizzare le cronache elettorali, danno lo stesso, identico risultato: le elezioni del 23 novembre ai più non risultano, così come sono semisconosciuti i sei candidati. Ma la scadenza elettorale anticipata dell’Emilia Romagna – causata dalle dimissioni a luglio del presidente Vasco Errani dopo la condanna in appello per falso ideologico – non è un fatto da prendere sotto gamba. Anzi, rischia di diventare un vero banco di prova per Matteo Renzi e il “suo” Pd, che l’ultimo sondaggio Demos dà in netto calo (almeno cinque punti in un mese, dal 41,2 per cento al 36,3), mentre il premier scivola di dieci punti nel gradimento degli italiani.

Uno scenario da cui potrebbe risultare vincitore in assoluto il partito dell’astensione; il che, nella regione “rossa” per antonomasia, potrebbe rappresentare uno schiaffo sonoro al renzismo. In più, è proprio qui, dove è nato il “modello emiliano” di buona amministrazione che si sta consumando l’ennesima vicenda giudiziaria che coinvolge amministratori pubblici. A pochi giorni dalle votazioni, 41 consiglieri regionali su 50, appartenenti a tutti i partiti (dal Pd alla Lega, passando per Sel e M5s), hanno ricevuto un avviso di garanzia per peculato. Certo, non sono ancora condannati e le loro posizioni non sono tutte uguali, ma l’indagine delle “spese pazze” – oltre due milioni di euro usati come rimborsi (dai ristoranti ai regali di Natale, dai viaggi ai sex toy) – ha dato un ulteriore colpo alla fiducia dei cittadini.

«Le regioni in questi ultimi 3-5 anni attraverso i loro dirigenti hanno dato una pessima prova di sé, il ricambio del personale politico è molto limitato e quindi io mi aspetto una crescita dell’astensione», conferma Gianfranco Pasquino, docente di Scienza politica a Bologna, che nel 2009 si presentò alle Comunali alla guida di una lista civica. Sulle elezioni del 23 novembre è tranchant: «Qui la politica conta, i cittadini hanno senso civico e di solito partecipano, ma proprio perché hanno senso civico e partecipano, possono essere infastiditi da quello che è successo. Non è un bello spettacolo», aggiunge riferendosi ai 41 consiglieri regionali inquisiti. E lui, da sempre spirito libero e controcorrente, annuncia: «Andrò a votare, certamente. Vado e annullo la scheda con una scritta rivoluzionaria».

Ma forse lo scollamento così forte avvertito tra la politica e i cittadini viene da più lontano. Per esempio la Romagna, «negli ultimi 10-15 anni sembra vivere ai margini delle scelte politiche forti», afferma Pietro Caricato, direttore del Corriere Romagna. «Sul fronte dei servizi pubblici come la gestione dei rifiuti o la sanità, il centro decisionale è a Bologna. I comuni contano poco. E non è un caso che in questo momento siano chiusi gli aeroporti di Forlì e Rimini», continua. È un certo tipo di amministrazione centralistica a finire sotto accusa. «Venti anni fa gli assessori regionali partecipavano al dibattito dei giornali locali ogni giorno, ora non è più così, la Regione è lontana e la stessa comunicazione con Bologna è difficile».

Ce la faranno i sei candidati a ridare fiducia ai 3 milioni e 400mila elettori? A una settimana dal voto, ognuno coltiva il proprio orticello. Stefano Bonaccini, segretario regionale Pd, bersaniano di ferro e poi diventato, da un giorno all’altro, renziano, è il favorito, naturalmente, ma non è un trascinatore di folle. Dopo la vittoria alle primarie (con scarsissima affluenza) sull’outsider Roberto Balzani, aveva dichiarato: «Faremo una grande campagna elettorale», ma poi si è limitato soprattutto ai circoli. Così come la grillina Giulia Gibertoni ha preferito frequentare i meet up del Movimento. Pur avendo ottenuto un certo successo, come a Parma con l’elezione a sindaco di Federico Pizzarotti, anche il M5s procede a rilento in Emilia Romagna. Secondo il professor Pasquino, «il Movimento non ha dato prova di sé in Parlamento e quindi una parte di quelli che hanno votato Grillo adesso non lo rifaranno».

Delusione a livello nazionale e fuga verso la Lega delle frange “destrorse” pentastellate. Ma a inguaiare il M5s ci si è messa anche una lista civica nata dalle costole dei fuoriusciti. Tra questi c’è Giovanni Favia, consigliere regionale, protagonista di un aspro conflitto con quello che è diventato, dice, «un partito personale». Favia si è adoperato per far nascere la prima lista civica regionale, i Liberi cittadini per l’Emilia Romagna, che punta su Maurizio Mazzanti, un esperto di comunicazione digitale di Budrio. «È una componente dei cittadini che deriva dalla prima ondata del movimento, quello delle liste civiche, della democrazia ateniese. La parte più sana», sottolinea Favia. Anche per l’ex M5s il nemico è l’astensionismo. Se in Emilia Romagna si presenterà alle urne meno del 60 per cento degli elettori «sarà una catastrofe», dice. Ma il trend del voto è già da anni in discesa: nel 2005 aveva votato il 77 per cento degli elettori, nel 2010 il 68.

Anche a sinistra del Pd il fronte è spaccato. Sel, forza d’opposizione al governo delle larghe intese, in Emilia Romagna appoggia Bonaccini. E la Lista Tsipras, con l’Altra Emilia Romagna, candida Maria Cristina Quintavalla, insegnante di Parma, protagonista negli anni Settanta di dure lotte per la casa e contro gli scandali edilizi. Nel 2011 ha partecipato alle battaglie che a Parma hanno portato alle dimissioni del sindaco Pietro Vignali. A fianco di Quintavalla, che si spende soprattutto sui temi dell’ambiente, dei beni comuni e dell’istruzione pubblica, sono in lista personaggi noti a sinistra come il giuslavorista Piergiorgio Alleva, fortemente critico sul decreto Poletti.

E dà una mano all’Altra Emilia Romagna, girando in lungo e in largo per la Romagna, anche l’attore Ivano Marescotti. Candidato a suo tempo per le Europee nella Lista Tsipras, ammette di essere uno dei fondatori del Pd. «Io sono quello che ha fatto la prima tessera a Romano Prodi, conservo ancora la fotografia», dice l’attore romagnolo. «Non sono l’estremista che dicono, ci ho creduto nel Pd. Sono uscito nel 2009 quando elessero alla commissione etica Dorina Bianchi che di lì a poco sarebbe passata con Berlusconi». Dopo di allora è avvenuto «un cambiamento generale nel Dna del Pd. Il risultato è stato un governo in cui il segretario del partito è anche il presidente del Consiglio che governa con la destra in maniera esplicita e stringe un patto segreto con un condannato», conclude Marescotti.

Mentre Renzi in Emilia Romagna non si è quasi fatto vedere, eccetto che al traforo dell’autostrada di valico ai primi di novembre, chi ha corso invece per tutta la regione, è l’altro Matteo. Salvini ha scelto un giovane sindaco leghista, Alan Fabbri di Bondeno (Ferrara) sostenuto anche da Forza Italia e Fratelli d’Italia, mentre la destra di governo (Ncd e Udc) si è orientata verso il giornalista forlivese Alessandro Rondoni. La strategia d’attacco di Salvini compreso il blitz – senza avvertire la scorta – nel campo rom di Bologna con tanto di auto danneggiata esibita come un trofeo, ha procurato al segretario leghista un bel po’ di notorietà a destra, come dimostra lo stesso sondaggio Demos che dà la Lega nazionale al 10,8 per cento.

Ma in Emilia Romagna forse il terreno di scontro più acceso e sotterraneo è quello all’interno delle varie anime del Pd. Tra i bersaniani, i democratici della Cgil, la sinistra dem da una parte e il “nuovo” renziano dall’altra. Il modello emiliano basato sulla concertazione e sulla presenza contemporanea sulla scena di sindacati, imprese e istituzioni, verrà rottamato? «Non sappiamo ancora se quel modello sopravviverà a ciò che viene avanti a livello nazionale» afferma Gaetano Sateriale, ex sindaco di Ferrara e responsabile del piano del lavoro Cgil. «Quello che vorrebbe Renzi è dialogare con le lobby e non incontrare alla luce del sole i corpi intermedi come i sindacati». Che il premier sia “allergico” ai sindacati e alla Cgil in particolare è ormai un segreto di Pulcinella. Rimane da comprendere come questa frattura venga vissuta nel voto regionale. Intanto, con tessera di fondatore del Pd e sindacalista Cgil, Sateriale a sette giorni dal voto dichiara: «Sono ancora incerto se andare a votare e per chi votare».

Commenti

commenti