Chi ha rapito gli elettori? Sembra il titolo di un romanzo giallo. Invece è la domanda su cui da giorni si arrovellano politologi e commentatori. L’astensionismo record registrato alle Regionali ha spiazzato tutti. Mentre gli analisti tradizionali annaspano, noi proviamo a “risolvere il caso” con l’aiuto di un esperto del noir: Carlo Lucarelli, scrittore, conduttore televisivo e giornalista.

Lucarelli, visto che lei è emiliano la prima domanda è d’obbligo: il 23 novembre è andato al seggio?

Sì, ma all’ultimo momento, me ne stavo dimenticando.

Scherza?

No, è vero. Mi era passato di mente. Finché non è venuto a casa mio fratello a dirmi: “Io sto andando a votare”. Eppure mi ritengo un elettore di fascia media, medio-alta, per quanto riguarda la sensibilità civile: abbastanza informato e impegnato. Ho sempre votato centrosinistra – più di sinistra che di centro – ma credo di appartenere “culturalmente” a quella fascia di persone che non sono andate alle urne.

Scusi, ma come è possibile che uno come lei si dimentichi delle elezioni?

Per tanti motivi. Innanzi tutto perché credo di subire la stessa stanchezza – che chiede una risposta – di gran parte dei votanti italiani, soprattutto del centrosinistra. E poi perché si è parlato poco di elezioni in questi mesi, soprattutto a causa degli scandali sulle spese pazze con tanto di indagini e avvisi di garanzia che hanno coinvolto la Regione. In questo clima nessuno ha avuto il coraggio di dire: “Abbiamo un grande progetto, eccolo qua”. Non c’era. E questo rende l’elettore tiepido. Tanto che me ne stavo dimenticando. Credo sia un fenomeno simile a ciò che è successo nel calcio: si son persi un sacco di tifosi stufi di sentir parlare di doping, scommesse e violenze. Che palle!

Quindi abbiamo già trovato il colpevole del rapimento, gli scandali regionali?

No. Altrimenti non saremmo andati a votare in così pochi. Perché qui le elezioni locali non si disertano mai. L’astensionismo è figlio di una stanchezza più generale, che non riguarda neanche semplicemente il governo o Matteo Renzi. Riguarda il Pd, che non ha un progetto da molto tempo. Non c’è una narrazione, per citare Vendola, in cui si manifesta un sogno collettivo.

Lei è un elettore di sinistra, posso chiederle per chi ha votato?

Per il Pd.

Nonostante tutto?

Sì, non avrei potuto votare per nessuno degli altri candidati. Forse neanche per quelli di sinistra, visto che ci troviamo ancora incastrati nella logica del voto utile, di fronte alla Lega che cresce grazie a ciò che noi non facciamo.

Matteo Renzi invece si presenta come uomo del fare, dice di voler portare il Paese verso il futuro. La convince?

Sono abbastanza ambivalente da questo punto di vista. La prospettiva non mi piace. Però non saprei come altro fare.

Anche lei crede che il presidente del Consiglio sia l’ultima spiaggia per l’Italia?

Sì, un po’ sì. Però – a parte le urgenze e le falle da coprire subito – mi aspetto una persona che venga dirmi qual è il suo sogno per il Paese. Magari sono io che me lo sono perso, o me l’hanno detto e non l’ho capito. Intanto mi stavo scordando di andare a votare…

l’intervista integrale su left in edicola da sabato 29 novembre 2014

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