«Il signor Renzi vuole fare il partito della nazione? Prima pensi a unirla, la nazione, perché adesso è spaccata». Parla della frattura tra Nord e Sud dell’Italia, Ermanno Rea, e parla anche del presidente del Consiglio e del suo programma di «unanimismo elettorale» che però, avverte lo scrittore, non serve al Paese. Anzi, potrebbe renderlo ancora più immobile: un’altra occasione persa dopo 150 anni di unità rimasta sulla carta. E le ricette del presidente del Consiglio, a proposito di integrazione nazionale, continua Rea, non portano nulla di nuovo rispetto ai suoi predecessori Berlusconi, Monti e Letta.

Abbiamo incontrato lo scrittore napoletano nei giorni in cui lo scontro tra sindacati e premier aveva raggiunto una durezza mai vista finora a sinistra. Anche se già in precedenza Renzi non aveva risparmiato – talvolta con uscite non propriamente tenere – chi all’interno del Pd aveva mostrato di avere un pensiero diverso dal suo. Insomma, quella del premier – per iperbole, certo – potrebbe sembrare una gestione del potere che richiama la «polverizzazione di ogni forma di dissenso» come scrive Ermanno Rea in Mistero napoletano (Einaudi) la storia di una donna comunista, allo stesso tempo utopista e ribelle, schiacciata dall’ortodossia comunista nella Napoli degli anni Cinquanta.

Durante l’incontro con Rea nella sua bella casa romana popolata di libri e fotografie («scattate con la Leica») verrebbe quasi da azzardare una domanda su un eventuale, ipotetico parallelismo tra i due partiti e i due leader. «Ma quelli di Togliatti e Renzi sono due mondi diversi!» esclama sorridendo questo elegante signore di 87 anni dalla barba candida e dagli occhi chiarissimi. Giornalista de l’Unità negli anni Cinquanta – quando dominava la figura di Giorgio Amendola, il “maestro” del presidente Napolitano – Rea ha vissuto in prima persona quel clima politico di controllo e di sospetto che si insinuava lentamente nelle vite delle persone, fino a distruggerle. Accadde alla Francesca di Mistero napoletano, così come al personaggio dell’ultimo libro Il caso Piegari (Feltrinelli) fatto impazzire dal comunismo allora imperante sotto il Vesuvio.

Ritorna poi lo scrittore sul confronto tra passato e presente: «Io non sono un difensore a oltranza di Togliatti ma devo dire che era di una cultura sterminata, di una raffinatezza… Renzi, invece, nella sua aggressività rivela una rozzezza di fondo, percepisce come un primitivo che il proprio successo sta lì e cerca di cavalcarlo nel modo più spregiudicato». Ma un parallelismo tra la politica di ieri e quella di oggi, utile a comprendere la crisi attuale, invece è evidente e drammatico allo stesso tempo. «La questione meridionale», afferma convinto lo scrittore.

Ermanno Rea, nel suo ultimo libro Il caso Piegari quando parla di «attualità di una sconfitta» si riferisce alla questione meridionale?

Sì, è proprio la questione meridionale che può essere affrontata solo come questione nazionale. È questa l’attualità della storia che racconto nel libro. A Napoli negli anni Cinquanta c’era un medico di grandissimo talento, Guido Piegari, uno scienziato che aveva una cultura storica gigantesca e che gestiva il gruppo Gramsci, molto importante in città in quegli anni. Lui dissente da Giorgio Amendola (responsabile della Commissione meridionale del Pci, ndr), critica la sua visione del meridionalismo e giudica il dirigente comunista uno che non promuove una politica a favore dell’integrazione nazionale, gramscianamente intesa nell’incontro della classe operaia del Nord con i contadini del Sud. Piegari viene espulso dal Pci. Come sempre, mettendo in moto una macchina del fango – si dice che è mezzo pazzo – e provocando in lui anche un disastro psicologico. Come il mio amico Gerardo Marotta, presidente dell’Istituto per gli studi filosofici, che faceva parte del gruppo Gramsci, io opto per la visione proposta da Guido Piegari che affermava la necessità dell’integrazione nazionale.

Veniamo all’oggi: quali sono le conseguenze della mancata integrazione tra Nord e Sud?

I dati dell’ultimo rapporto Svimez parlano chiaro, addirittura si denuncia il rischio di desertificazione per il Sud. Io sono convinto che l’Italia non sarà in grado di uscire dal suo baratro fino a quando non realizzerà una unità nazionale. Se uno oggi mi dovesse chiedere qual è la malattia del Paese, la mia risposta convinta sarebbe questa: un’infezione profonda e lontana mai sanata che si è sempre più aggravata, la frattura tra Nord e Sud. Adesso perdiamo tutti: anche il ricco Nord è in crisi, e le periferie scoppiano là non meno che a Roma o Napoli. Com’è possibile che l’Italia, in una situazione di questo genere, possa riuscire a trovare una sua credibilità anche internazionale e una sua capacità di rigenerarsi? Tornando a ciò che racconto nel libro, esiste una responsabilità comunista? Su questo sono cauto, il Pci ha avuto tanti torti ma anche tanti meriti. Io sostengo solo che non si è mai voluto rivedere autocriticamente la vicenda della questione meridionale e riuscire a separare, come si suol dire, il bambino dall’acqua sporca.

l’intervista integrale su left in edicola da sabato 29 novembre 2014

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