«L’opinione pubblica è troppo allarmata, il trattato Ttip non comporterà alcuna riduzione delle tutele per i cittadini in favore dell’arricchimento delle multinazionali». Il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, audito recentemente in Parlamento sull’impatto del Trattato transatlantico di liberalizzazione di commercio e investimenti (Transatlantic trade and investment partnership o Ttip) che l’Unione europea sta negoziando con gli Stati Uniti, prova a gettare acqua sul fuoco.

Ma pochi giorni prima, a Bruxelles, era stato il parlamentare europeo Massimo D’Alema, in un seminario dell’European foundation for progressive studies a spiegare che «i negoziati, fino a oggi, non si sono concentrati sulla creazione di un nuovo regime commerciale che metta l’interesse pubblico al primo posto. Anzi, usando le parole del premio Nobel Joseph Stiglitz, si sono concentrate nel creare “un sistema che metta gli interessi corporativi al primo posto”». Ma c’è di più. D’Alema ha ben chiarito che «una delle ragioni per cui l’opinione pubblica non si fida di questo tipo di accordi, e anche dello stallo dei negoziati dell’Organizzazione mondiale del commercio, è che a oggi molti dei trattati in vigore hanno tipicamente trascurato le dimensioni sociali e ambientali e anteposto molto spesso gli interessi commerciali ad altri valori quali il diritto a una vita sana e alla protezione dell’ambiente».

E, infatti, stando agli scenari più ottimistici – ipotizzati dagli studi d’impatto che la Commissione europea ha commissionato all’illustre Cepr sui potenziali effetti positivi del trattato – potremmo al massimo creare in Italia 30mila posti di lavoro, e metterci in tasca 2,60 euro a settimana, l’equivalente di un cappuccino al bar. Stando, invece, a quelli più realistici, si potrebbe arrivare all’azzeramento progressivo della sovranità democratica su produzione, consumo e diritti e a una polverizzazione delle piccole e medie imprese, innanzitutto in agricoltura. Oltre a una perdita, in tutta Europa, di oltre 600mila posti di lavoro, come ha di recente quantificato la statunitense Tufts university.

Alla nuova fratellanza tra Europa e Stati Uniti il premier Renzi ha quasi dedicato l’intero Semestre italiano di presidenza dell’Ue perché, ha spiegato, «non è un semplice accordo commerciale come altri, ma è una scelta strategica e culturale per l’Unione». Lo stesso presidente Obama, nella sua visita d’autunno a Roma, l’ha definito, «il premio per un’intera generazione». Il Ttip è la più ambiziosa e mai tentata svendita di diritti, servizi pubblici, beni comuni, regole di sicurezza sociale e ambientale, e di quel che resta dei sistemi produttivi nazionali, sacrificati sull’altare della creazione del più grande mercato comune globale tra Stati Uniti ed Europa, che varrà oltre la metà del Pil globale. E col quale si vorrebbe tenere saldo il timone del mondo, contrastando l’ascesa di Cina, India e Russia.

Non sono le dogane ad allontanare i mercati Ue e Usa: in media, a parte pochi settori come il cibo, il tessile, la moda e la meccanica dove ci siamo sempre fatti la guerra, le tasse sulle importazioni caricano i prezzi finali di un 2,5-3 per cento: poco o niente rispetto alla media del commercio globale. Intanto, però, il Ttip si propone di buttarli giù tutti, lanciando proprio i settori a oggi più protetti – i pochi che ancora galleggiano nel Pil nazionale – nella concorrenza faccia a faccia con i loro grandi competitori statunitensi ed europei: moda e calzature, meccanica, allevamento degli animali per la produzione di carni rosse e bianche, derivati del latte e del cibo trasformato.

Con il Ttip l’Unione mette, inoltre, a disposizione della concorrenza transatlantica tutti i livelli degli appalti pubblici – europei, nazionali e locali – dei servizi privati pubblici, innanzitutto quelli già partecipati dalle imprese private, in particolare le multiutility, ma anche la finanza, le banche, le assicurazioni, tutti gli investimenti, compresi quei derivati che gli Usa, dopo le rovinose crisi del 2005 e del 2009 erano riusciti più di noi a limitare. Anzi: un’innovazione di livello para-istituzionale che il trattato andrà a introdurre è un Investor-to state dispute settlement body (Isds): un arbitrato commerciale in cui imprese e investitori – senza prendersi il disturbo di passare dai tribunali ordinari come già è possibile oggi e di rispettare, dunque, le legislazioni nazionali – potranno citare in giudizio gli Stati se trovassero che una legittima normativa nazionale abbia leso i loro interessi presenti, passati e futuri.

l’articolo integrale su left in edicola da sabato 29 novembre 2014

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