Ha sbancato i botteghini negli Usa film sci-fiction di Christopher Nolan, Interstellar, e già si profila tra i possibili vincitori della Academy Award. La vicenda è ambientata in un futuro incerto, vicino all’iconografia, che Steinbeck in letteratura e Ford al cinema, ci offrono della grande depressione degli anni 30.

Locandina Interstellar, leftIl pianeta, avvolto da tempeste di sabbia, è in una crisi senza scampo. Un ingegnere, vedovo, ex pilota – a cui Matthew McConaughey tra molte, forse troppe, lacrime, dà grinta western e solidità – vive in questo mondo senza speranza con i suoi due figli, lavorando la terra, e quando la Nasa rediviva gli offre l’incarico di cercare un pianeta abitabile fuori dalla galassia, non può sottrarsi e parte per la salvezza dell’umanità. Si separa dagli affetti familiari con la morte nel cuore e promette alla figlia di tornare. L’obiettivo, in cui sono coinvolte altre spedizioni analoghe, è fuggire dalla terra, reinsediare la specie umana altrove, reinventare un ecosistema sostenibile.

Il nobile traguardo presenta non poche difficoltà: condizioni di volo nella intergalassia, velocità cosmiche, problemi gravitazionali, superamento di un fluttuante pertugio vicino al pianeta Saturno, chiamato wormhole, per entrare nella quarta dimensione, sconfinamenti spazio-temporali, diversità di intenti tra i membri della mission, comunicazione ricezione tra diverse sfere del conoscibile e dell’inconoscibile.

C’è tutta la grammatica della sci-fiction nel film di Nolan e ci sono i temi che gli sono cari dai tempi di Memento: il tempo, come condizione esistenziale e relativismo siderale; la curvatura dello spazio, orizzonte alternativo nella quarta dimensione; l’amore padri figli; gli affetti e le memorie, che compongono la nostra vita; i rapporti umani, che resistono al di là delle barriere del tempo e dello spazio; le emozioni, essenze nodali del nostro essere umani, e ancora i sogni, l’energia che vibra al di là di soglie e delle distanze, lo sprofondamento nell’ignoto.

Interstellar è un coinvolgente spettacolo di entertainment, a cui l’astrofisico Kip Thorne ha dato il suo contributo. E’ sontuoso nelle immagini, elegantemente pop nel mix di riferimenti, incomprensibile nella sceneggiatura, logorroico nei ragionamenti, raffinato nel sound design. Se si riescono a mettere da parte la storia, le derive metafisiche e pseudoscientifiche, il sentimentalismo ricattatorio che vi trapela, e ci si lascia andare al gioco, più si va avanti, più si intravedono le tessere del mosaico: le navicelle spaziali di Star Wars spinte dentro la Morte nera, le intelligenze saettanti di Incontri ravvicinati del terzo tipo, il cyberspazio della fantascienza new age, gli smarrimenti e la fragilità degli eroi di Blade Runner, l’ignoto spazio profondo di Herzog, il terrore della notte senza fine, da cui si staccano limpidi i versi di Dylan Thomas.

Non ci sono i contrappunti visionari di Kubrick, ma gli innamoramenti adolescenziali per i segreti del cosmo. Non c’è l’avventura dell’eroe destinato a una fine tragica e necessaria, ma il nostos, la nostalgia della casa, della famiglia, di un’ America più serena e riconciliata con il mondo, ed estensivamente il rimpianto per una Terra meno incline all’autodistruzione.

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