Un Jimi Hendrix del violoncello qual è Giovanni Sollima, che compone irruenti pagine al di là della classica e del rock, che esegue Vivaldi, Haydn e musica contemporanea, non frequenta così spesso come meriterebbe le sale musicali italiane. A fine novembre, è vero, ha inaugurato all’auditorium della Capitale la stagione Contemporanea con l’Accademia di Santa Cecilia e Musica per Roma eseguendo composizioni proprie: una versione della Medea per una regia di Peter Stein del 2004 e Spasimo, sulla chiesa palermitana senza tetto e trasformata in centro culturale negli anni 90. A metà gennaio suonerà con l’Orchestra regionale della Toscana (il 14 è al Teatro Verdi di Firenze) e nel 2015 andrà in tour nella sua Sicilia. Eppure tiene gran parte dei concerti oltre confine e, non a caso, il prossimo anno sarà artist in residence per la Liverpool Philharmonic. Il compositore-virtuoso non se ne lamenta né accetta di farsi descrivere come un “violoncello in fuga” ma non può non rilevare un generale atteggiamento di chiusura in molte istituzioni nella terra del bel canto. Sulla vicenda dell’Opera di Roma preferisce non commentare perché, spiega, era fuori Italia.

Come vede lo stato della musica italiana intesa come istituzioni? Il fatto che lei ci suoni raramente è poco incoraggiante.

Preciso che al 90 per cento suono all’estero: ho finito ora una tournée in Inghilterra su un programma romantico, ho fatto concerti di musica barocca in Olanda dove torno con il Giardino armonico… Non di me bisogna parlare, però, ma dei tanti talenti in attività mentre girano gli stessi direttori e le stesse persone. Forse ci vorrebbero idee più coraggiose e più semplici. L’Italia prende prodotti chiavi in mano e vedo pochissimi artisti che partono da qua. I Cento violoncelli sono nati anche come forma reattiva a questa situazione.

Cosa frena teatri ed enti musicali?

Ci sono lobby, non c’è curiosità, si resta impantanati nelle dinamiche delle agenzie, nei pacchetti già pronti, ma non bisogna generalizzare: ci sono istituzioni di una certa vivacità. Molte, però, potrebbero avere più coraggio. Vedo una forma di stasi. Forse è giusto che alcune restino a testimonianza di un tempo inerme. Invece tra molti allievi e ragazzi, tra giovani e meno giovani, trovo spesso entusiasmo.

Non esiste anche il problema dei cachet troppo alti per artisti-star, stando almeno alle finanze attuali?

Sì, certo. Io appartengo alla categoria low cost. Il punto è che esistono teatri in cui dei musicisti non vengono stabilizzati, hanno un numero esorbitante di amministrativi e poi chiudono le orchestre. Andrebbe snellita la voce dell’amministrazione, del management.

La crisi italiana dipende anche dai musicisti dei teatri musicali?

Dipende dalle pressioni sindacali. Qui ci sono diverse fazioni. Di sicuro si apre la necessità di una configurazione nuova.

l’intervista integrale su left in edicola da sabato 6 dicembre 2014

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