La Convenzione di Istanbul è entrata in vigore dal 1° agosto ma il Parlamento per il momento non riesce a varare provvedimenti che ne recepiscano i principi. Che riguardano, ricordiamo, piani di azione per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne. Da un anno e mezzo infatti giace a Montecitorio un disegno di legge firmato dalla deputata di Sel Celeste Costantino (come si può leggere su left da oggi in edicola). Intanto, i centri antiviolenza – creati nella stragrande maggioranza dei casi da reti di donne sui territori – lamentano scarsità di risorse, mentre il ministero delle Pari Opportunità ormai è un ricordo, visto che la delega è della Presidenza del Consiglio dei ministri (solo a ottobre Renzi l’ha affidata alla deputata Giovanna Martelli).

Se sulla prevenzione nei confronti dei pregiudizi e della violenza contro le donne le istituzioni arrancano, dal mondo delle associazioni invece arrivano proposte e analisi approfondite, come a segnalare, ancora una volta, quanto la società sia molto più avanti della politica nel comprendere l’urgenza di problemi che minano il tessuto stesso della convivenza sociale.

Una prova di questa attenzione “dal basso” lo si è visto nell’incontro “Quando l’amore… non è amore”  promosso venerdì 5 dicembre a Roma presso l’Università degli Studi Roma Tre dall’Associazione culturale Amore e psiche (in collaborazione con daSud, “La scuola che verrà” e reteCinEst). Psichiatri, insegnanti, ginecologi, antropologi, operatori culturali, giornalisti e anche amministratori pubblici si sono confrontati  per fare il punto su quanto si può fare per contrastare una pseudocultura alimentata da una storia secolare. Tremila anni di negazione della donna, a partire da Platone passando per Paolo di Tarso fino ad arrivare ai media e al dilagare dell’ informazione “fai da te” sulla rete. Anche la stessa Rivoluzione Francese, come ha ricordato nella sua introduzione la psichiatra Irene Calesini, ha escluso le donne dal concetto di uguaglianza, mandando perfino al patibolo anche l’eroina dei diritti paritari, Olimpia De Gouges.

E’ sulle basi culturali, sulle false informazioni, sulle credenze che bisogna lavorare per tutelare l’immagine e l’identità della donna. Che significa anche e soprattutto favorire rapporti “sani” tra i sessi e quindi benefici per tutti i cittadini. Come amava sostenere Teresa Mattei, tra gli autori della Costituzione, la parità tra uomini e donne fa bene a tutta la società.

“La prevenzione migliore è la conoscenza”, ha detto durante l’incontro la ginecologa Anna Pompili, impegnata da anni in una battaglia per l’informazione sulla contraccezione e contro l’obiezione di coscienza. Nel Lazio il 90 per cento dei ginecologi sono obiettori e le liste d’attesa per l’interruzione volontaria di gravidanza sono lunghissime. Salute psichica e fisica delle donne bistrattata, quindi, come ha raccontato Oria Gargano presidente della cooperativa Be Free che ha uno sportello aperto “donna aiuta donna” 24 ore su 24 all’ospedale San Camillo. Facendo notare come in questi ultimi vent’anni  sia peggiorata la percezione della donna, Gargano ha anche fornito dei numeri significativi: “Il costo sociale della violenza sulle donne ammonta a 17 milioni di euro. I finanziamenti dello Stato a 6 milioni”.

Ma se la proposta di legge di Celeste Costantino, presente anche lei al convegno, è ancora in alto mare, una buona notizia comunque arriva dalle istituzioni. Il Lazio, dal marzo scorso, è l’unica regione in Italia ad avere una legge per contrastare la discriminazione di genere. Ne ha parlato Marta Bonafoni (“Lista per il Lazio”) che ha spiegato come l’iniziativa sia nata da un contatto diretto con i cittadini: “in nove mesi, 100 audizioni”. Adesso la speranza è che sia “uno strumento di formazione culturale”, ha detto la consigliera regionale. Formazione che passa anche attraverso i media, anche se nelle redazioni gli ostacoli sono sempre dietro l’angolo, come ha raccontato Adriana Pannitteri, giornalista del Tg 1 che cura anche dei corsi di aggiornamento sul linguaggio giornalistico.

Per intaccare il pensiero distorto sulla donna – ma anche della donna stessa quando non “vede” la violenza dell’altro –  occorre analizzare e approfondire l’idea stessa di sessualità. E’ questo il primo passo per portare quei “cambiamenti socio-culturali” di cui parla l’articolo 14 della Convenzione di Istanbul.

E’ quello che hanno proposto gli psichiatri intervenuti al convegno. Come, tra gli altri, Francesca Fagioli, della Uoc Roma E, un servizio che prevede la  prevenzione del disagio nelle scuole. Nel momento in cui i media, la pubblicità, e ahimé anche la politica (basti ricordare le vicende di Berlusconi, le olgettine e il caso Ruby), fanno passare un concetto di sessualità intesa come “scarica” o pura prestazione fisica – con tutto quel che ne consegue per l’immaginario degli adolescenti -, la psicoterapeuta ne ha messo in evidenza invece il legame con la realtà non cosciente che affonda le sue origini nel primo anno di vita del bambino. E in questo senso il rapporto con l’altro diverso da sé, nutrendosi di fantasia,  è ben lungi dall’essere violento.

“Propongo di considerare la sessualità come conoscenza”, ha poi concluso Giovanni Del Missier della Cooperativa sociale di Psicoterapia medica dopo un intervento in cui ha toccato il rapporto tra cultura e malattia che sta alla base dei femminicidi. Un termine, femminicidio, introdotto nel linguaggio corrente spazzando via termini fuorvianti come “delitto passionale” o “raptus di gelosia”, ma che però, secondo lo psichiatra, è riduttivo. Perché si limiterebbe a considerare la donna come “femmina” e quindi solo dal punto di vista della natura fisica, ricreando quindi una nuova “gabbia” culturale.

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