Una mostra per celebrare i 150 anni della Croce Rossa Italiana allestita nell’ospedale più antico del mondo, il complesso monumentale di Santo Spirito in Sassia a Roma. Ma i festeggiamenti – durati nove giorni – sono stati vissuti dagli addetti ai lavori come una specie di omelia funebre. Sì perché, probabilmente, è stata l’ultima mostra della Croce Rossa. Sta infatti per diventare operativo il decreto legislativo emanato nel 2012 dal governo Monti che ne dispone la riorganizzazione e, in pratica, ne sancisce la privatizzazione. I circa mille militari in servizio effettivo, stabili e stipendiati, che servono a mantenere efficiente la struttura, a coordinare i circa 18mila volontari e alla manutenzione delle attrezzature, verranno messi in congedo ovvero, “in mobilità non protetta”.

Una decisione che, secondo gli operatori, avrà conseguenze fatali per la Cri, facendo crollare tutto l’impianto organizzativo: un organismo militare non può prendere ordini da privati civili e quindi, senza un’aliquota di soldati effettivi, i 18mila volontari, che rientrano tutti in un contesto militare, non saranno più utilizzabili. L’intera struttura verrà resa inerte e di fatto soppressa. Un patrimonio di professionalità, tra medici, infermieri, farmacisti, psicologi, logisti, tecnici, commissari, autieri, che, accettando la severa disciplina di chi indossa le stellette, lavorano gratis, sostanzialmente non più utilizzabile da gennaio prossimo, quando scatterà la tagliola del decreto Monti.

«Con il riordino previsto dal legislatore – spiega il maggiore Vito Failla, presidente del Cocer del corpo militare Cri – il contingente dei militari della Croce Rossa in servizio attivo, che oggi conta su circa mille unità, verrebbe, nel giro di poco più di due anni, completamente eliminato. Già dal 31 dicembre prossimo, i primi 175 militari verranno posti in congedo seguendo di pochi mesi la ingrata sorte di altrettanti validi colleghi. In tal modo i circa 18mila volontari in congedo del corpo militare della Cri verranno privati della struttura di supporto preposta a garantire l’efficienza e la prontezza operativa dei reparti militari di Croce Rossa, nonché degli automezzi ed attrezzature sanitarie, di avanzata tecnologia, acquistati con i fondi del ministero della Difesa».

Se non si interviene a stretto giro si rischia di perdere un patrimonio di mezzi, strutture, personale, formazione ed esperienza. Il grido d’allarme è sceso anche in piazza il 26 novembre scorso con un sit in, davanti alla Camera dei deputati, degli operatori del corpo militare della Cri. Per risolvere la situazione basterebbe poco, secondo gli addetti ai lavori. Il governo Renzi potrebbe, con un semplice emendamento al decreto in questione, inserire il corpo militare nel comparto Difesa e Sicurezza. Molti sono stati gli appelli dei vertici del corpo militare della Cri ai ministri della Difesa Pinotti e della Salute Lorenzin, ma non hanno ottenuto alcuna risposta. Nemmeno quello lanciato dalle mogli dei militari della Croce Rossa per «salvare un’eccellenza del corpo militare».

Storia della Cri. La mostra che si è tenuta presso il complesso del Santo Spirito ha raccontato e riassunto un secolo e mezzo di soccorso sanitario, in guerra come nelle calamità naturali. L’esposizione, intitolata “Soccorso umanitario ed evoluzione dell’arte sanitaria”, mostrava mezzi, uniformi, cimeli e documenti dalla Terza guerra d’indipendenza ai giorni nostri. Tredici ambulanze, da quelle storiche trainate da cavalli, passando per quella che servì a trasportare Mussolini dopo il suo arresto, fino alle più moderne. E ancora, 120 pannelli fotografici, mezzi speciali, motoslitte, moto d’acqua, hovercraft, un’unità attendata di soccorso sanitario, una postazione sanitaria completa di camera operatoria risalente alla Grande Guerra. A far da ciceroni, militari in uniforme d’epoca che hanno spiegato al pubblico italiano e straniero il percorso dell’allestimento. Tra i visitatori, ha fatto capolino il caporal maggiore carrista Giovanni Pucciotti, 95 anni portati con disinvoltura. Pucciotti è tra i pochi reduci di El Alamein rimasti in vita: «Io stesso nel 1941 – racconta – sono stato ricoverato a Tripoli, presso un ospedale della Cri. Avevo la febbre e dopo il tramonto non riuscivo più a vedere a causa della carenza di vitamine. Nell’ospedale, stracolmo di feriti, il personale militare Cri ci trattava benissimo. Apprendo con sgomento quello che riguarda il futuro del corpo militare. è una cosa orribile e vergognosa perché questo è un corpo storico, composto da persone davvero speciali».

Difficile già calcolare con esattezza quanto le prestazioni svolte sinora dalla Cri potranno costare se si avvia la privatizzazione ma non saranno a titolo gratuito come è accaduto fino ad oggi.

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