Da sola sul palco. Lei e un cellulare che squilla di continuo. Un divano. Quello della sua psicoterapeuta. Due ore. Un monologo intenso, divertente, colto. Maturo, che racconta di quarantenni figli/vittime di quella generazione di sessantottini che li ha cresciuti a pane e fantasia (più fantasia che pane!), per poi lasciarli coperti di macerie dentro e fuori.

“Dov’è che mi sono persa?”, si chiede di continuo la protagonista di Inutilmentefiga anche a Natale. Elda Alvigini, magnifica interprete, è una donna, madre di Giacomo, sopravvissuta a un’infanzia fatta di “proletariato al potere”, rivendicazioni sociali, ideali politici, lotte femministe. Relazioni sbagliate e storie finite. Che dalla classica domanda “perché nessuno mi ama?” arriva, sapiente e ironica, all’amara questione di fondo del “perché non riesco ad amare nessuno?”.

Inutilmentefiga, un titolo strano. Che idea è?

Come vedi è scritto tutto attaccato, perché non è un avverbio né un aggettivo e non c’entra niente l’estetica. È una condizione umana, un discorso sull’identità della donna oggi, per cui sembrerebbe che abbiamo conquistato tante cose ma in realtà, per la cultura generale, rimaniamo esseri inferiori. Guarda anche noi, io e te, abbiamo avuto genitori illuminati che – sì ci hanno pure massacrato – ma ci hanno fatto studiare, ci siamo laureate, magari abbiamo avuto un figlio… e comunque siamo incasinatissime e facciamo un mare di fatica a costruire storie belle.

Insisto, perché “inutilmente”? è legato a quel passaggio da “non capisco perché nessuno mi ama” a “perché non riesco ad amare nessuno”?

C’è un percorso, io parto dai ricordi dell’infanzia. La donna che porto in scena non è neanche me oggi, ho voluto raccontare quella fase in cui tu cerchi di capire cos’è che non va. La cosa nuova dello spettacolo è che la protagonista non accusa gli uomini ma domanda a se stessa cos’è che non va per cui li perde tutti. E in questa sua ricerca arriva a delle conclusioni personali. Non è uno spettacolo che ha la bacchetta magica né la presunzione di dire come si “deve” fare. Semplicemente la protagonista si mette a nudo e racconta il suo percorso.

Porti in scena lo sbando di un’infanzia a sinistra, quella sinistra che ha fatto il ’68 e che si è lasciata dietro vittime e sogni irrealizzati. Quanto c’è di autobiografico?

In realtà c’è molta drammaturgia, perché io non ho un figlio e mio padre non fa il rilevatore di chakra. Né mia madre è una fricchettona, anzi è una farmacista e non mi darebbe mai la tisana di cavolo cinese per guarirmi. Però sono cresciuta in quell’ambiente, quindi ho rubato degli episodi. C’è anche una battuta che mi ha regalato Claudio Amendola, mi ha raccontato quando da piccolo si perse ad una manifestazione e la madre gli disse: i buoni sono quelli con la tuta blu, i cattivi i poliziotti. E allora lui, a cinque anni, andò da un metalmeccanico e gli disse: io sono un compagno di Balduina, mi sono perso! Ho rubato dalle vite degli altri e dalla mia. Posso dire che ce l’ho fatta e racconto come. Chiaro che ce l’ho fatta “nonostante”!

Ce l’hai fatta “nonostante” cosa? Nonostante quello che trapela nel tuo spettacolo? Questa incoerenza di certa sinistra che predicava “il proletariato al potere” e insieme ti imponeva Cenerentola salvata dal principe azzurro? Rivoluzionari sì… ma sposati in Chiesa.

Questa storia delle favole è tutta una “sola”, perché ti mette in posizione di attesa di uno che dovrebbe arrivare a salvarti. Ma perché? Ma che vuoi? Io sto bene, e poi ti raccontano e “vissero felici e contenti”. Se invece ci avessero detto dall’inizio e “vissero incazzati e violenti” ci saremmo arrivati più preparati! Ma a parte gli scherzi, più che altro è tutta una cultura che a casa ti leggeva le favole russe in russo e poi ti portava a vedere Cenerentola, tipo elettroshock. O mia madre che spacciava spirali e poi quando io, adolescente, le chiedo di prendere la pillola, momenti mi ammazza. Quell’incoerenza di predicare una libertà che poi non c’era.

Per tutto lo spettacolo ti chiedi “ma dov’è che mi sono persa”, perché?

Perché la protagonista non ha capito qual è precisamente la cosa che non le permette di avere una bella storia, che non le sa far fare la separazione dalla madre, che non le fa vedere che idealizza il padre senza riuscire a separarsi da lui. Che è il cruccio di tutti gli esseri umani, quando impari a separarti è fatta! Hai svoltato, hai vinto alla lotteria. Quindi è un po’ un chiedersi cos’è che non ho capito, dov’è il corto circuito. Pensa che questo spettacolo l’ho scritto pensando ad un pubblico di sinistra, forse anche abbastanza colto, e non mi sono resa conto quanto invece fosse universale il tema che trattavo. Tutti hanno una madre, tutti hanno un padre, tutti ambiscono ad un rapporto d’amore bello, anche gli uomini. Questo spettacolo non è contro gli uomini. Ci tengo a dirlo.

Nel tuo mestiere quanto litigano tra loro essere e apparire?

Io ho sempre avuto il motto melius esse quam videri, che è una verità assoluta e per me è più facile, per altri forse è più facile mentire. Io faccio l’attrice, non sono un’attrice, questo per me è fondamentale. Potrei fare altro. Qualche anno fa mi ero messa a studiare medicina, ero tra i secchioni, voti alti, poi sono arrivati I Cesaroni e dopo un anno che cercavo di mettere insieme le due cose ho dovuto scegliere e sono tornata al primo amore, volevo fare l’attrice da sempre.

Perché per “fare” l’attrice scegli un monologo buffo e non drammatico?

Lo spettacolo è drammatico! Si ride ma la protagonista è una specie di sopravvissuta e spesso le cose che le accadono sono angoscianti. Questa non è una commedia che spinge l’acceleratore sulla boutade, adesso ti faccio ridere, è che a volte la vita è grottesca. Quindi il punto è cogliere quanto si possa ridere anche nei frangenti drammatici, questo è quello che a me ha salvato la vita. Io ho sempre visto il lato grottesco, è un po’ una mia dote, un punto di vista ironico più che drammatico, perché dal dramma non si esce. E poi c’è anche un fatto commerciale puro. Io sono famosa per aver fatto I Cesaroni, la gente mi ferma e mi dice “me fai ammazza’ dalle risate”. Quindi non posso dargli Lady Macbeth, li deluderei. Sono riuscita ad arrivare al pubblico anche televisivo, sono venuti in teatro e mi hanno fatto tantissimi complimenti. Volevo fargli vedere che sono una comica, ma particolare.

Del tuo spettacolo sei anche autrice. Come mai ti sei messa a scrivere?

Questo testo lo iniziamo a scrivere io e Natascia Di Vito già nel 2009. Volevamo proporre una donna paladina ma anche concreta. Volevamo raccontare qualcosa in cui le donne come me, italiane, lontane da modelli come Sex and the city, si potessero identificare. Con Natascia parlavamo e ridevamo e allora abbiamo pensato: scriviamolo. Questo è stato l’incipit, ma non eravamo consapevoli di quello che avevamo fatto. Dopo del tempo l’ho fatto leggere a Leonarda Imbornone, il mio assistente regista, che ci ha detto “ragazze ma siete pazze?” Lo ha cronometrato, si è ammazzata dal ridere e ci ha detto “ lo spettacolo c’è, andate!”. Il successo del primo anno mi ha già cambiata moltissimo. Ho sentito di aver fatto bene.

Come cambia questa edizione di Inutilmentefiga anche a Natale?

Completamente. Cambia perché io e Natascia abbiamo fatto quello che non abbiamo avuto il coraggio di fare prima. Siamo tornati al testo originario mai andato in scena e depositato nel 2011 e abbiamo rilavorato su quello, depositandolo di nuovo. “Anche a Natale” avevo l’esigenza di farlo perché andavo in scena durante le feste.

Dovevi andare in scena al Piccolo Eliseo e poi cosa è successo?

È successa questa cosa brutta della sua chiusura, lo dico da cittadina. Quando in una città si chiude un teatro che è stato il più bello e il più grande di tutta Italia, quello dove hanno recitato i più grandi attori di tutti i tempi è un segno molto grave. Un segno politico, sociale. Sono stata intervistata spesso, sono andata ad ogni visita degli ufficiali giudiziari all’Eliseo, solo l’ultimo giorno sono stata in silenzio, perché mi sono sentita troppo male. Ho visto scene da golpe teatrale e non mi sono piaciute. Non ho nessun problema a schierarmi, l’ho sempre fatto. Mi hanno chiesto perché c’ero solo io di volto famoso. Io non lo so, so che la politica è forse l’atto più puro dell’essere umano. Insomma è una cosa che mi ha addolorato tantissimo, poi ho reagito, non potevo e non volevo morire lì, e ho richiamato il teatro dove questo spettacolo era nato e dove le date, per fortuna, erano ancora libere. La cosa grave è che molti teatri a Roma hanno date libere, non hanno nulla in cartellone.

Nel tuo spettacolo, a un certo punto, dici “la sinistra esisteva”, oggi sembra fantascienza. Che sta succedendo, secondo te?

Non succede niente, questa è la cosa grave. C’è poco spazio per la creatività, alla vostra festa ho recitato un pezzetto “Sinistra e laicità” e lo dico e lo ribadisco. Parlo per l’Italia e per l’Europa, non esistono più idee di sinistra. Quando un papa va al Parlamento europeo e viene applaudito come un capo di Stato da tutti, io resto basita.

Perché?

Perché la sinistra si è dimenticata di fare la sinistra da troppi anni e oggi nel 2015 ci vogliono far credere che l’unico leader di sinistra è papa Francesco che dice cose di una violenza inaccettabile per chi è di sinistra. Mia madre si è fatta arrestare per le lotte a favore dell’interruzione di gravidanza. O anche per il referendum sul divorzio. Conquiste importanti. E ora? È come se volessero cancellare tutto. Ed è inutile che Renzi scherzi sul suo essere di sinistra o meno. Sta facendo cose di destra molto gravi. e questo perché non c’è più un pensiero di sinistra. Nel ’68, benché ci si ribellasse a tutto andando poi incontro alla morte, al terrorismo, ai suicidi, almeno l’intuito di cercare la libertà di esprimersi e di ribellarsi ad una moralità imposta, c’era. Poi magari mancavano gli strumenti per realizzarla. Oggi domina di nuovo la religione e quel che rimane della sinistra diventa una roba da ricchi. Lo dico nello spettacolo: “Eravamo giovani, ricchissimi e di estrema sinistra”! Da donna di sinistra mi interessa avere una sinistra che mi rappresenti e oggi non c’è. Tra le cose nuove dello spettacolo c’è anche la terrificante idea che per la prima volta nella mia vita potrei non votare. Mi chiedo a un certo punto: “Come si fa a sopravvivere?”, ma lo dico, non so più per chi votare.

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