Sembra che sia stato il presidente Sarkozy in persona, e non uno dei suoi collaboratori, a telefonare quel giorno al proprietario dei magazzini Bonpoint di rue de Tournon, a Saint Germain-de-prés. «Scusa, non è che domani puoi aprire? Ho qui la moglie del presidente americano che vorrebbe fare acquisti, ma è domenica…». Era il luglio 2009, Obama era alla sua prima visita ufficiale in Francia e la moglie Michelle accompagnava le figlie a fare shopping nella Ville lumière. Ma niente da fare. La Francia, sottolineava Sarkozy, «non è un Paese moderno», e la domenica non si lavora, ci si riposa. Negozi chiusi e il presidente costretto a ricorrere al suo prestigio per ottenere due vestitini da bambine.

Sull’onda della brutta figura l’Assemblée approvava, un mese dopo, la legge che consente l’apertura domenicale dei negozi nelle regioni metropolitane con più di un milione di abitanti: Parigi, Marsiglia, Lille. Non ovunque, ma solo nelle zone considerate turistiche. A Parigi, questo vale solo per 7 aree dislocate in altrettanti arrondissement, ma non per posti come Boulevard Haussmann, dove hanno sede le Galeries Lafayette o i magazzini Printemps. Ora, però, il governo Hollande potrebbe porre fine a questa “anomalia”, consentendo l’apertura a ogni tipo di negozio in ogni zona della Francia. Potrebbe, ma non è detto che gli riesca: sui ritmi di lavoro dei francesi altri presidenti e altri premier prima di lui hanno sbattuto la testa. Perché nella patria delle 35 ore e del sindacato tra i più forti d’Europa, il giorno di riposo è sacro.

Oggi un’inedita (per la Francia) alleanza tra sinistra e cattolici guida le proteste contro il lavoro domenicale: questione di diritti salariali per gli uni e di rispetto del “giorno del Signore” per gli altri, ma il nemico è comune. Porta il nome di Emmanuel Macron, attuale ministro dell’Economia, che ha ereditato il dossier dimanche dal suo predecessore Arnaud Montebourg, andato via dal governo Valls sbattendo la porta. Montebourg aveva promesso una “Legge sulla crescita e il potere di acquisto”, Macron si limita a una “Legge per la crescita e le attività” in cui si parla di orari degli esercizi commerciali ma anche di regole per le professioni, di trasporto pubblico, di azionariato salariale.

Al pari dell’italiana “Legge Bersani”, la “Loi Macron” punta a far ripartire l’economia con le liberalizzazioni, in un momento in cui Parigi è sotto l’occhio attento di Berlino (e dell’Unione europea) per il mancato rispetto dei parametri economici. Ma l’opposizione al progetto di legge presentato il 10 dicembre non viene solo da destra, dove per altro i liberali sono favorevoli. A guidare la pattuglia dei contrari c’è Anne Hidalgo, da giugno scorso sindaco socialista di Parigi. Hidalgo ha istituito una Commissione d’informazione e valutazione (Mie) per calcolare gli effetti dell’apertura domenicale dei negozi, e i risultati non sono favorevoli a Macron: niente posti di lavoro in più, niente guadagni supplementari.

Se si apre la domenica, diminuiscono gli acquisti nel resto della settimana. Non si migliora la vita sociale – il 70 per cento degli addetti sono donne – non crescono le opportunità di carriera, non si stimola nemmeno il turismo. Insomma, un disastro secondo la Commissione, composta da eletti di tutti gli schieramenti ma con una buona maggioranza orientata a sinistra. Il Parti radicale de gauche (Prg) è il meno ostile, ma deve fare i conti con i consiglieri ambientalisti di Europe ecologié le verts (Eelv), nettamente contrari. Lapidario anche il sindacato, in particolare la Confédération française démocratique du travail (Cfdt, cioè la rappresentanza del commercio e dei servizi) che con 860mila aderenti è la prima associazione di lavoratori per numero di iscritti. Con una lettera aperta a Hollande, la Cfdt ha ricordato come prima cosa la scarsa coerenza del presidente: nel 2008, quando l’inquilino dell’Eliseo era ancora un semplice deputato, definiva il lavoro domenicale «un errore innanzitutto economico, ma soprattutto sociale».

Oggi Hollande ha cambiato idea (su questa come su tante altre cose) e dimenticato i suoi principi. Eppure, denuncia il sindacato, qui si parla di lavoro su base volontaria e con paga doppia solo per le imprese con più di 20 dipendenti – almeno nella versione originaria della proposta di legge. Il piccolo commercio continuerà a basarsi sul rapporto padrone/operaio che quasi mai è favorevole a quest’ultimo. Peggio, finirà per scomparire la definizione di “orario notturno” per la prestazione d’opera tra le 21 e le 24: oggi nel commercio, e domani? A chi sarà applicabile? Insomma, altro che sul piede di guerra, i sindacati stanno già affilando i coltelli.

La proposta di Macron, agli occhi di mezza Europa, non sembra tuttavia così scandalosa: si passerebbe da 5 a 12 domeniche l’anno di apertura, anche se i socialisti puntano a modificare la legge e stabilire il limite a 7. Resterebbe in ogni caso il diritto al riposo settimanale e nessun provvedimento disciplinare in caso di rifiuto, eppure i francesi non sono del tutto convinti che questa sia una buona idea. Intervistati come consumatori, la approvano al 62 per cento. Ma come lavoratori, solo il 40 si dice d’accordo. I favorevoli indicano l’esempio della Gran Bretagna, dove dal 1994 i negozi con superficie superiore a 280 etri quadrati possono aprire ogni domenica, anche se solo per sei ore; o della Svezia, dove dal 1972 gli orari sono completamente liberalizzati.

I detrattori fanno invece notare come in Germania, una delle economie più forti dell’Unione europea, sia vietato il lavoro sia la domenica sia nelle festività, con l’eccezione di 4 domeniche l’anno (8 a Berlino). Persino l’amato/odiato Belgio non consente il lavoro domenicale, tranne che per i negozi di bricolage – esattamente come la Francia – e non ha nessuna intenzione di modificare la sua normativa, nonostante le pressioni della Federazione belga del commercio (Comeos) che lo scorso 5 ottobre ha organizzato il primo Sunday ShopDay, con l’adesione di centinaia di negozi. Ma sotto sotto nemmeno i negozianti vorrebbero stare aperti di più: otto su dieci si accontentano delle domeniche previste. Del resto, a che pro vendere tutti giorni della settimana? Nel 2012 la domanda l’hanno posta al parlamento svedese Annika Lillemets e Stina Bergstrom, entrambe dei Verdi, chiedendo di vietare le domeniche lavorative. «Spendiamo per lo shopping in un anno più del bilancio che destiniamo all’istruzione», hanno scritto le deputate. «Smettere per almeno un giorno di comprare non può farci che del bene, a noi e all’ambiente. Un Buy nothing day alla settimana potrebbe darci più tempo per essere altro che clienti e consumatori: siamo amici, genitori, figli, amanti, giocatori di calcio, raccoglitori di funghi e molto altro ancora». Per adesso, però, sembra più conveniente essere spendaccioni.

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