Che anno fantastico il 1952. Le macerie della guerra sono definitivamente alle spalle e il Paese è all’inizio di un miracolo economico e artistico senza precedenti. Per questo non esita Irene Brin a preferirlo quando l’editore genovese Immordino le propone di scrivere un libro su un anno a sua scelta.

Sarebbe uscito in una nuova collana per cui Camilla Cederna, fra gli altri, pubblicò con successo Le pervestite, raccolta di articoli sul 1967. Ma quando la collana debutta si è ormai nel ’68, anno di ribellioni e sovvertimenti che guardava al presente e al futuro, del passato avrebbe fatto volentieri un falò. Dei primi anni Cinquanta non interessava niente a nessuno, e il libro di Brin fu rifiutato fra mille imbarazzi finendo malinconicamente in un cassetto. Non se la sentiva la combattiva Irene di battagliare: era malata di un cancro che la uccise a 52 anni nel maggio dell’anno successivo.

Ora finalmente possiamo leggerlo quel libro finale, riemerso dalle sue carte col titolo che lei stessa gli diede: L’Italia esplode. Diario dell’anno 1952. Lo ha pubblicato l’editore Viella in un’importante collana (“La memoria restituita. Fonti per la storia delle donne”) per la cura di Claudia Palma e corredato di due saggi illuminanti di Vittoria C. Caratozzolo e di Ilaria Schiaffini. «Fu l’anno che vide l’Italia, appena cicatrizzata e come sempre poverissima, esplodere fuori dai suoi confini in un’atmosfera di festa intelligente e stracciona» scrive Irene in apertura della sua cronaca, che è anche autobiografia ed è, soprattutto, biografia della nazione. Poco più avanti annota: «Avevamo una scelta, praticamente inesauribile di vocazioni e disperazioni».

E siamo subito al centro delle cose, quelle cose meravigliose che capitarono nel 1952. Tutta una febbre di vita, dolce vita, vita esagerata, vita spericolata e artistica, vita piena d’immaginazione e improvvisazione. La gente ha voglia di vita dopo tanta morte, ha voglia di frivolezza dopo tanto dolore. E chi meglio di Irene Brin può descrivere quella febbre, lei che – scoperta come giornalista dal grande Leo Longanesi – poliglotta e colta, non esita a buttarsi nella mischia e a diventare la prima e migliore «specialista di frivolezza»? È frivolezza il cinema, è frivolezza la moda, un poco anche l’arte, astratta, materica, informale sempre al centro di roboanti polemiche, che l’avvicinano al pubblico, sia pure fra tanti sberleffi, e la rendono mondana, argomento da salotto. C’è Brin dietro il made in Italy che finalmente porta i sarti italiani a fronteggiare gli indiscussi stilisti francesi. Quanti articoli scritti per spronare le sorelle Fendi e Fontana, i Pucci, gli Schuberth, Simonetta, giovani sarte e sarti intimiditi dall’alta moda parigina, a far valere le proprie idee.

La significativa coincidenza dell’uscita di questo libro con la mostra Bellissima. L’Italia dell’alta moda 1945-1968, da poco inaugurata a Roma al MAXXI (fino al 3 maggio 2015) ci parla di frivolezza sì, ma una frivolezza che è spirito del tempo, uno spirito esuberante di rinascita e di rivalsa, uno spirito profondamente artistico. La splendida foto di Ugo Mulas, del ’51, che accoglie il visitatore con la schiera colorata delle modelle sull’Arno, sullo sfondo di Ponte Vecchio, ognuna che impugna un lungo remo eretto, guerriere di un nuovo mondo, contiene tutto: l’arte antica e moderna, la serietà e la leggerezza, il boom economico alle porte, il benessere, il sogno del progresso. E come nel libro della Brin si passa da una sfilata a Palazzo Pitti alle prime muffe di Burri esposte alla galleria l’Obelisco (Irene l’aveva fondata con il marito Gaspero del Corso che la dirigeva con estro e preveggenza), così nella mostra del MAXXI – che espone qualche tela dello stesso Burri, di Fontana, della Accardi, di Campigli, di Scheggi e di Capogrossi – si coglie l’unità di un comune pensare il moderno e come l’arte nuova influenzasse la creatività delle stoffe e del disegno nella moda.

Sì, l’Italia nel ’52 esplode come un immenso, pervasivo fuoco d’artificio, che però non morirà subito con lo spegnersi delle sue scintille, ma contagerà ogni campo dell’immaginario, collettivo e individuale. Alla radio si ascolta un motivetto che tutti canteranno: «Lo sai che i papaveri son alti alti alti…» e intanto si aprono nelle città come in provincia tante sale cinematografiche, tante sale da ballo. Ci si scatena nel rock ‘nd roll e intanto Ingrid Bergman s’innamora perdutamente di Roberto Rossellini “rubandolo” ad Anna Magnani e fra gli scandali viene a vivere in Italia. Brin racconta mese per mese, con affetto, ironia, nostalgia. Ecco le stranezze di Salvador Dalì che preferisce Roma a Parigi. Ecco l’ex galeotto Jean Genet, divenuto scrittore, mangiare fettuccine nelle bettole di Trastevere, mentre è conteso alle cene nei palazzi nobiliari. Ecco uno squattrinato Truman Capote che scrive un film sfortunato per Jennifer Jones e una sempre sbronza Carson McCullers: «Curiosa razza di disperati furbissimi, di nevrastenici sempre pronti a coglier l’occasione realmente favorevole per loro…»

Era l’anno in cui Maria Callas era ancora grassa e Marlene Dietrich, invece, non temeva di ingrassare, se Irene la incontra in un celebre ristorante romano raffreddata e carica di maglioni una sera di Ferragosto a divorare spaghetti, semplice ed estroversa. Era un tempo in cui ci si arrangiava con destrezza e la stessa Brin si trova, in mezzo a uno sciopero, ad attaccare da sola al muro i quadri di una mostra usando come martello i suoi tacchi a spillo! Ma l’esplosione non era dovuta solo ai colpi di testa di brillanti organizzatori culturali, come lei e suo marito: «L’Italia esplodeva, sì, grazie al merito degli artisti» scrive saggiamente. «Ma anche attraverso una rete di amicizie e di astuzie». Visto che lei non ha mai creduto «negli scambi culturali organizzati dagli addetti alle ambasciate». Era una rete fra gente appassionata e geniale, gente che poteva essere spietata e selettiva, ma mai, neanche vagamente, ladra e criminale. I tempi sono cambiati parecchio.

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