Se misuriamo la politica sulle vere grandi emergenze del nostro tempo – il riscaldamento climatico e i disastri del nostro territorio, la violenza e le guerre, la disoccupazione e la miseria crescente, l’emergenza democratica che allontana i cittadini dai partiti e dalle istituzioni – questo anno così pieno di eventi è un anno perso.

Sul riscaldamento climatico assistiamo ancora a un profluvio di parole e di impegni generici. La vulnerabilità ai disastri ambientali del nostro territorio è aumentata, mentre si continua a pensare alle Grandi opere e aumentano i rischi di cementificazione. Il prezzo del petrolio sembra ancora il fattore dominante per le prospettive di uscita dalla crisi e il petrolio è ancora al centro delle guerre che insanguinano il mondo. Assieme all’intolleranza religiosa e al fanatismo, che crescono col crescere delle disuguaglianze nel mondo. E non siamo ancora capaci di disinnescare la mina del Medio Oriente, riconoscendo finalmente lo Stato palestinese e pretendendo da Israele la fine delle occupazioni di territori non suoi. Precondizione per avviare un dialogo di pace nella regione, decisivo per lo sviluppo economico, sociale, civile dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

La politica che governa si occupa di ridurre i diritti dei lavoratori e di deregolare ulteriormente il mercato del lavoro, mentre ci sarebbe bisogno di un grande piano per l’occupazione, con grandi investimenti pubblici ed una vera politica industriale. Si resta schiavi di quel debito che è stato generato da una crescita distorta – si pretendeva che la gente guadagnasse di meno e consumasse di più – e dalla finanziarizzazione dell’economia. Si fa quel che è necessario per stare, magari in maniera un po’ più flessibile, dentro i vincoli del monetarismo dominante e non si fa quello che è doveroso per ridurre la miseria e creare nuovo lavoro. La gente disillusa da Grillo, semplicemente non va più a votare.

I partiti, anche quelli di sinistra, non sono stati capaci di vedere e denunciare il malcostume che fatalmente prospera in una politica evaporata sul terreno dei contenuti e dei valori e in cui crescono figure strane che tentano di ricavare il massimo per se stessi nel crepuscolo della politica. Legalmente e illegalmente. Facciamo sempre prevenzione postuma, sia dei disastri ambientali che del malcostume politico. Dopo gli uragani e dopo la magistratura.

Eppure sono queste emergenze – quella ambientale, quella sociale, quella democratica – che animano quello che si muove nella società. Nelle tante esperienze di cittadinanza attiva, nei tanti comitati contro il degrado urbano e per la difesa del patrimonio culturale e paesaggistico del nostro Paese, nella cultura dei beni comuni, nella promozione di nuovi diritti di cittadinanza, nell’impegno per rinnovare e rendere più inclusiva la scuola pubblica. E nelle lotte che il sindacato, che sembra avere acquisito una nuova vitalità, mette in campo perla difesa dei diritti dei lavoratori, per l’uguaglianza, per l’occupazione. E a cui partecipano assieme ai lavoratori occupati i giovani disoccupati, i precari, gli studenti. La cosa del governo Renzi che pare più riuscita è proprio questa, la rinascita come soggetto sociale e politico del sindacato dei lavoratori. Peccato che sia un effetto indesiderato. Eppure questo movimento è la sola speranza che il disagio crescente per il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro non diventi benzina per il populismo reazionario. Coma sta succedendo da tante parti in Europa.

Il compito principale di una sinistra rinnovata dovrebbe essere proprio quello di tenere insieme in un progetto comune queste emergenze, così diverse dall’emergenza del debito e della moneta in cui le élite dominanti vorrebbero farci vivere. Mostrare il filo rosso che lega l’impegno per la pace e per il dialogo fra le religioni e fra i popoli e lo sviluppo sostenibile. Fra la messa in sicurezza del territorio e la salvaguardia dell’ambiente e la possibilità di creare nuovo lavoro, e nuova cultura, e nuova ricerca. E mostrare che assumere come priorità la dignità del lavoro può essere il filo che collega il lavoro dipendente e l’autonomo di nuova generazione, e oltre il lavoro il diritto di scegliere, liberi da stereotipi, i propri modi di amare, di vivere e morire. E riavvicinare i cittadini e le istituzioni, locali e nazionali, rendendole permeabili a questi bisogni e a questi valori. Collegare in un progetto unitario quello che in questa direzione si muove in Europa, a partire dai punti e dalle esperienze più alte della sinistra europea, vecchia e nuova, è il contributo più alto che da sinistra è possibile dare per rilanciare l’europeismo democratico.

L’anno che verrà ci dirà se questo progetto è perseguibile dentro il quadro dei partiti e delle forze politiche esistenti. O se sarà necessario pensare alla nascita di un nuovo soggetto politico capace di tenere insieme quelli che sono stati e che sono gli attori di queste sfide, dentro e fuori i partiti, nella sinistra politica e nella sinistra sociale.

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