«Un fiume di soldi affidato al famelico cartello delle grandi imprese – cooperative comprese – che non ha aumentato di un millimetro l’efficienza del sistema infrastrutturale e ha depredato le casse dello Stato». Così l’urbanista e scrittore Paolo Berdini descrive la cosiddetta “cultura delle grandi opere”, dalle colonne del quotidiano il Manifesto.

Definizione tranchant? Parrebbe di no, considerando il numero delle “grandi opere” mai completate nel nostro Paese: ben 395, secondo il censimento che compie Sergio Rizzo sul Corriere della sera. Opere che hanno, a vario titolo, garantito profitti alle ditte appaltatrici. Emblematico è il caso del Ponte sullo Stretto, intorno al quale si sono recentemente riaccese le polemiche: il progetto è costato all’erario circa 350 milioni di euro, tra oneri e uscite in favore della società Stretto di Messina. Senza che, del Ponte, ci sia alcuna traccia.

Le lungaggini della burocrazia, le infinite varianti di progetto e gli innumerevoli ricorsi al Tar non rappresentano certo gli unici “effetti collaterali” delle grandi opere. Gli scandali dell’Expo di Milano, del Mose a Venezia, della metro C di Roma – tutti ugualmente segnati da episodi di mafia e corruzione – dimostrano che l’equazione “grande opera = malaffare” ha un carattere più strutturale che eventuale.

E infine il terzo grande tema, l’ambiente: cementificazione selvaggia, deroghe ai piani paesaggistici, trivellazioni, fanno rima con dissesto idrogeologico. Anche qui l’almanacco del 2014 annovera diversi episodi tragici e rivelatori, come le alluvioni di Genova e Carrara.

IL GOVERNO

Quale rotta si è dato il governo Renzi in questo primo anno di vita? Con l’approvazione del decreto Sblocca Italia dello scorso novembre – ha rilanciato politiche azzardate circa inceneritori ed estrazioni petrolifere. E ha dimostrato di voler tirare dritto sulle grandi opere. I 6 miliardi recentemente promessi dal premier per l’eventuale realizzazione delle Olimpiadi del 2024 confermano il metodo “emergenziale” e altamente discrezionale della gestione dei fondi pubblici. Insomma, anche per Renzi il rilancio dell’economia passa attraverso investimenti di breve periodo e continuano a essere le corsie preferenziali nelle le quali la politica ipotizza una exit strategy dalla crisi.

C’È CHI RESISTE

Poteva anche andare peggio. Come sostiene il collettivo di scrittori Wu Ming: l’opera quotidiana di migliaia di attivisti durante il 2014 è riuscita a salvarci da ulteriori scempi economico-ambientali. «Se si facesse l’elenco di quanti progetti dannosi e demenziali sono riusciti a bloccare e di quanti spazi dimenticati sono riusciti a riutilizzare – scrivono su Giap, il loro blog – ne verrebbe fuori la mappa di una resistenza che ha impedito e impedisce ogni giorno il collasso “psicogeologico” dell’Italia». Pattuglie di cittadini che ogni giorno combattono contro la megamacchina cementificatrice alimentata da facili profitti. La lotta più emblematica, in questo senso, è forse quella dei NoTav. Per loro, il 2014 è iniziato con le manifestazioni e i presidi di sostegno organizzati in tutta Italia il 22 febbraio. Poi, a marzo, è arrivata la condanna dei costruttori della “Baita Clarea”, il rinvio a giudizio di Erri de Luca per istigazione a delinquere a giugno, per giungere, infine, alla recente condanna di quattro attivisti a 3 anni e 6 mesi per l’attacco del 13 e 14 maggio 2013 al cantiere di Chiomonte, assolti dall’assurda accusa di terrorismo, in quanto «il fatto non sussiste».

Distogliendo lo sguardo dalle condanne, però, la vittoria per il movimento sembra avvicinarsi e l’ipotesi della realizzazione del corridoio 5 tra Torino e Lione si fa sempre più remota. Persino le convinzioni di un pasdaran proTav, come il senatore democratico Stefano Esposito, vacillano: «Se costa davvero 7 miliardi, meglio rinunciare», ha detto lo scorso ottobre.

I COMITATI DEL “NO”

I NoTav sono solo una delle realtà “del no”. È un lungo elenco quello dei comitati territoriali: i No Tangenziale Sud-ovest di Asti, i No Tangenziale Esterna Milano, i NoSat, che si oppongono all’istituzione dell’autostrada tirrenica in Maremma, e il comitato Opzione Zero, che osteggia la costruzione dell’autostrada romea Orte-Mestre. Oppure la rete di comitati NoTriv, nemici delle trivellazioni petrolifere selvagge in Basilicata o in Irpinia. E ancora i NoTap salentini e i NoTubo abruzzesi, che contrastano la realizzazione di gasdotti. Senza contare i movimenti NoExpo e i comitati No Ponte e NoMuos siciliani. Una galassia che si allarga ancora di più se si estende il concetto di “grande opera inutile” anche a opere meno grandi ma altrettanto “inutili” e nocive, come inceneritori, rigassificatori, centrali elettriche a carbone. Un fronte ampio, eterogeneo e frammentato, che però non manca di avanzare proposte comuni su modelli di sviluppo alternativi. Altro che espressione delle pulsioni “nimby” delle comunità locali, in grado soltanto di dire “no”, come sostengono gli «alfieri dello sviluppismo», così battezzati dal collettivo Wu Ming.

LA PROPOSTA

A unire le lotte e tradurle in una proposta “forte” che possa condizionare il dibattito pubblico – secondo il collettivo emiliano – ci potrebbe pensare Ugo. Non un supereroe, ma un acronimo: unica grande opera. Ossia «un serio investimento di denaro, energie, intelligenza collettiva, per evitare catastrofi e riqualificare il territorio, che rimane risorsa primaria e che rappresenterebbe in realtà un risparmio sulle ecocatastrofi future». L’investimento converrebbe anche sul piano economico: la mancata manutenzione del territorio ci costa 3,5 miliardi l’anno (secondo un rapporto Ance-Cresme), e ne basterebbero solo 1,2 ogni anno, per 20 anni, per «rimettere in sicurezza il territorio italiano», come dice Salvatore Settis.

Wu Ming, oltre che il nome, lancia anche una data: 8 dicembre 2015, decennale della “battaglia di Venaus”. Data significativa in Val Susa: 30mila persone si opposero allo sgombero, riconquistando il presidio perduto e costruendoci sopra un villaggio.

La proposta è chiara – non prevede il «rituale concentramento nella Capitale» – e vorrebbe innescare il «manifestarsi contemporaneo e incontrollato di tutte le realtà, ognuna secondo le modalità che preferisce». L’8 dicembre sarebbe la fine di un percorso di un anno, nel quale poter organizzare laboratori, incontri e inchieste. Una vera e propria «data “gravitazionale”», per fare alzare il tiro alle varie rivendicazioni e permettere finalmente ai comitati di compiere un ulteriore salto di qualità.

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