L’anno che si sta per concludere ha avuto due luoghi negativi per la Sinistra: l’abbandono da parte del suo partito ufficiale della filosofia del lavoro come condizione della cittadinanza democratica; e l’esplosione dell’arbitrio e dell’illegatilità, croniche malattie della politica nazionale che lambiscono in forme preoccupanti anche il Pd.

Questo partito, che va fiero del consenso del 40% alle elezioni europee del maggio scorso, è sembrato disposto a barattare la partecipazione dei suoi simpatizzanti e militanti con la vittoria elettorale. Matteo Renzi ha mostrato di gradire più la quantità dei voti che la qualità della partecipazione dei militanti e simpatizzanti. Una scelta che sta bene insieme alla vocazione maggitarista, da lui tradotta con lo slogan: “La sera delle elezioni si deve sapere chi ha vinto”. Numeri certi, e contati con la logica non della rappresentanza delle voci ma del peso proporzionalmente distribuito in base a chi ha la voce più forte, alla maggioranza: questa la filosofia del partito elettoralistico maggioritarista che il Pd ha abbracciato nel 2014.

Con qualche effetto collaterale, per esempio la diserzione delle urne da parte di un numero crescente di elettori, come si è visto a cominciare proprio dalle elezioni europee e soprattutto da quelle regionali, e in una regione “rossa” come l’Emilia-Romagna. Il paradosso è che un partito che vuole essere solo elettorale, che mobilita elettori per ogni tappa del suo percorso a partire dalle primarie, perde elettori. O meglio, perde quei cittadini che non vogliono essere considerati solo elettori. L’elettoralismo, si è detto, sancisce la modernità della sinistra, la sua normalità che deve poter fare a meno di un’identità ideale e anche di troppa partecipazione. Che cosa ha a che fare questa trasformazione con i due luoghi negativi dai quali sono partita? Molto, ha molto a che fare.

In primo luogo perché la debilitazione di valore del lavoro porta con sé o sta insieme a una debilitazione della politica, di quella che dovrebbe curarsi di mantere il lavoro un luogo di giustizia e di diritti. Il lavoro non è la stessa cosa dei “lavori” come recita il famoso Jobs Act. Oggetto della legge e della cura della politica deve essere il lavoratore, perché è lui il soggetto dei diritti. Ma spostare l’attenzione dal lavoratore ai lavori significa lanciare il seguente messaggio: il lavoratore si deve allenare a passare da una fatica ad un’altra, senza curarsi di perfezionare quel che fa ma badando a raccimolare qualche soldo. I lavoratori, secondo la filosofia del Pd, sono come itineranti nel mercato del lavoro, il vero luogo di attenzione del legislatore. Il mercato del lavoro chiede il prodotto che la politica gli consegna: un lavoratore a basso costo, pronto a rinunciare ai diritti ovvero a una visione di stabilità di condizione e di appartenenza. Lavori senza lavoratore vuol dire mano d’opera senza sindacalizzazione: la porta aperta allo sfruttamento, alla legittimazione dell’arbitrio.

l’articolo integrale su left in edicola da sabato 27 dicembre 2014

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