«La scienza si fa nei laboratori ma non è dei laboratori. È della gente». Scienziata di fama mondiale nel campo delle cellule staminali e da poco più di un anno senatrice a vita, Elena Cattaneo, non ha mai rinunciato alla possibilità di fondere la passione per la ricerca con l’impegno civile. Un impegno che dato il ruolo istituzionale ora si traduce anche in messaggio politico. In un ambiente parlamentare iperconcentrato (così almeno pare) solo sulla necessità di far quadrare i conti – e poco importa se il costo da pagare è una feroce disoccupazione giovanile e la distruzione della prospettiva di un lavoro adeguatamente remunerato per intere classi di lavoratori – il suo linguaggio si distingue per semplicità e concretezza.

«È nella ricerca fondamentale, nei liberi pensieri in ogni campo del sapere che un Paese civile deve investire», racconta a Left nel fare una sorta di bilancio della sua esperienza in Senato e di un 2014 cadenzato, come vedremo, da strenue battaglie in difesa della cultura scientifica e da importanti traguardi raggiunti nel campo della ricerca sul Parkinson e la Corea di Huntington. «È stato un primo anno intenso e di scoperta delle istituzioni» spiega la scienziata che all’Università degli Studi di Milano dirige il laboratorio Cellule staminali e malattie neurodegenerative. «Nell’apprezzare la complessità del processo legislativo – prosegue – ne ho anche toccato con mano i limiti. Mi sono subito dovuta confrontare con una proposta di riforma costituzionale, cui ho cercato di contribuire sostenendo l’opportunità di dotarsi di un Senato che fosse “anche” della Conoscenza negli ambiti da cui dipende il futuro: innovazione, scienza e tecnologia; per poi promuovere e portare a compimento una Indagine conoscitiva sulla vicenda Stamina. Penso che questa indagine abbia aiutato a rivelare l’inconsistenza se non la pericolosità del cosiddetto metodo e confido che possa porre le premesse – anche normative – affinché non si ripeta più una storia analoga». Da scienziata, Elena Cattaneo, ha subito denunciato la nebulosità del “metodo” elucubrato da Davide Vannoni, esperto di marketing laureato in lettere e filosofia. Sin da quando nel 2013 il ministro della Salute Balduzzi autorizzò per decreto la somministrazione di Stamina ad alcuni malati. Una denuncia costante, prove e dati alla mano, con il sostegno della comunità scientifica internazionale poiché il metodo non esisteva e la proposta di brevetto era già stata bocciata negli Stati Uniti.

Il caso Vannoni, che a luglio è stato rinviato a giudizio per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e varie altre ipotesi di reato, e lo sdoganamento ottenuto da Balduzzi poi ratificato dal Parlamento, è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi in cui la politica ha intaccato la sua già traballante credibilità. Dai soldi pubblici spesi per il metodo Di Bella, al veto imposto dal ministro Sacconi alla ricerca sulle staminali embrionali, perché le istituzioni italiane cadono in questa trappola? «È la società tutta che cade in questa trappola che avviluppa anche la politica con esiti disastrosi non tanto per la comunità scientifica, quanto per il Paese sia sotto l’aspetto economico sia, soprattutto, democratico.

La politica – osserva Elena Cattaneo – ne è un epifenomeno, grave nella misura in cui anziché porsi all’avanguardia nella comprensione dei fenomeni ed elaborazione delle politiche pubbliche finisce per inseguire una attualità rumorosa e ombelicale che non aiuta nessuno». Come se ne esce? «Credo che prima di tutto si debba “conoscere e far conoscere” alle persone. Se si difetta nella fase di apprendimento e di formazione (dalla scuola dell’obbligo alle università), di cultura scientifica, di una educazione al metodo, di un approccio analitico alle questioni del mondo, il cittadino non avrà gli strumenti per difendersi, per distinguere il ciarlatano dal competente. Inoltre la possibilità di aumentare la conoscenza dei fenomeni e dei meccanismi della natura sarà vissuta come una minaccia dello status quo e della sicurezza pubblica e non per quel che è: un potenziale strumento per accrescere il benessere collettivo».

Secondo la senatrice, a tutti sin da bambini, nelle scuole primarie, dovrebbe essere raccontato cosa è la scienza e qual è il suo metodo: «Sviluppando il senso sociale dell’impegno nella ricerca del sapere si può partecipare al cambiamento. E forse così cresceranno generazioni che pretendono dai loro rappresentanti di investire in conoscenza. Questa – aggiunge – deve essere una scelta strutturale e non di piccola convenienza momentanea, quando qualcuno vuole qualcosa in cambio in termini elettorali. Da scienziato e in collaborazione con alcuni senatori che vengono dalla politica, sto cercando di proporre questa visione, quasi ossessivamente, a chi di conoscenza e prove non ne vuol proprio sapere. Perché i fatti e la loro verifica spesso non vengono considerati un valore ma un disturbo alle proprie convinzioni».

La convinzione che il messaggio di svolta a un certo punto possa essere recepito deriva dall’esperienza sul campo. Da tempo i risultati di laboratorio hanno spazzato via i pregiudizi e le false accuse circa la pretesa irrilevanza scientifica degli studi sulle cellule staminali embrionali sollevati in epoca di referendum sulla Legge 40. E oggi siamo al punto che è stata appena sperimentata con successo nei topi affetti dal Parkinson una strategia cellulare che permette di recuperare le capacità motorie attraverso il trapianto di neuroni ottenuti da staminali embrionali umane. Il risultato, che apre la strada a futuri test clinici sull’uomo, è stato pubblicato su Cell Stem Cell dal gruppo di Malin Parmar dell’Università svedese di Lund, membro dei consorzi europei NeuroStemcell e NeuroStemcellRepair coordinati da Elena Cattaneo. I ricercatori sono riusciti a trasformare staminali embrionali umane in neuroni capaci di rimpiazzare quelli distrutti dal morbo di Parkinson, malattia neurodegenerativa tra le più diffuse che solo in Italia colpisce oltre 200mila persone. Si tratta di un’ulteriore conferma per chi pensa che quella delle staminali embrionali sia una strada da continuare a percorrere.

«Le staminali embrionali umane – spiega Cattaneo – possono formare tutti i diversi tipi cellulari che compongono il nostro organismo. Sono uno strumento importantissimo per capire come si formano i nostri tessuti e come degenerano. Negli ultimi tre anni si è capito come istruirle affinché generino per esempio, proprio i neuroni che muoiono nel Parkinson. Molte informazioni essenziali a tale scopo sono state ottenute da un’altra ricerca fondamentale che mirava a capire come si formassero proprio quei neuroni nel cervello umano. Queste informazioni sono state poi applicate alle staminali embrionali in vitro dai ricercatori svedesi che hanno così ottenuto quello che nessun altro con nessuna staminale (tanto meno adulta) è mai riuscito ad ottenere in ambito di malattie neurologiche: hanno trasformato quelle cellule in neuroni autentici della giusta tipologia, poi hanno dimostrato che dopo il trapianto essere sopravvivevano, differenziavano, inducevano recupero nell’animale sperimentale ed erano in grado anche di connettersi con il tessuto ricevente attraverso una estesa serie di ramificazioni. Questo sembra dire che potrebbe essere possibile riparare i circuiti danneggiati in una malattia come il Parkinson. Anche a Milano – conclude la scienziata – cerchiamo di ottenere i neuroni che degenerano nell’Huntington. Abbiamo studiato la loro formazione in vivo nel cervello umano. I risultati sono stati resi pubblici a novembre su Nature Neuroscience, dopo 4 anni di lavoro di 17 ricercatori da 6 gruppi diversi in due Paesi europei. Si collabora e si conquista. Per tutti».

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