Alexander Matthew Busby era nato nel maggio del 1909 in un borgo di minatori alle porte di Bellshill a 10 miglia da Glasgow. I genitori erano originari della Lituania e suo padre rimase ucciso dalla fanteria tedesca durante la Battaglia di Arras.

Il piccolo Matt aveva 8 anni, altri tre zii morti nella Prima guerra mondiale, tre sorelle, una madre pronta a convolare a nuove nozze ed un unico lavoro a portata di mano. Ma tra la miniera di carbone e il campo da calcio non c’era partita nei sogni del ragazzo che, a tempo debito, non ci pensò due volte a salutare le sorelle, la madre e il patrigno, decisi ormai ad emigrare in America.

La paga da minatore in tasca gli bastava per non morire e una squadra dilettante in cui farsi le ossa era la vera ragione per vivere. I suoi idoli si chiamavano Alex James e Hugh Gallacher: i migliori attaccanti del calcio scozzese. Eppure fu l’odiata Inghilterra a mettere per prima gli occhi sul talento del diciottenne, chiamato a firmare un contratto con il Manchester City. Era il 1928, anno d’oro per la Nazionale di Scozia reduce da uno storico trionfo per 5-1 a Wembley, il tempio degli eterni rivali. L’attacco era guidato proprio da James e da Gallacher.

L’esordio di Busby con la maglia del Manchester City avvenne nel novembre del ‘29 come interno sinistro. Dalla stagione successiva, l’allenatore Peter Hodge gli arretrò il raggio d’azione valorizzandone tecnica e visione di gioco. Durante il campionato ‘35-‘36, Busby perse la titolarità a vantaggio di Jack Percival e, a soli 25 anni e con tanto ancora da dare, venne ceduto al Liverpool piuttosto che ai cugini dello United.

In pochissimo tempo, divenne titolare sia in campo sia nei cuori della kop, la curva dei tifosi di Anfield. Giocò per altre tre stagioni, giusto il tempo di fare da chioccia al giovane Bill Shankly. Era il 1939. Hitler invase la Polonia e il Governo inglese sospese tutti i campionati. Molti calciatori del Liverpool finirono nel Reggimento Reale di fanteria. Il trentenne Busby fu invece chiamato a collaborare come allenatore nei reparti sportivi dell’esercito.

L’antica amicizia con Louis Rocca, dirigente del Manchester United che aveva già provato ad averlo come giocatore, segnò la svolta nella sua carriera e nella storia del club costretto a spartirsi il Maine Road con il Manchester City fino al ‘49 causa l’inagibilità dell’Old Trafford bombardato dai tedeschi. Busby ottenne un contratto di cinque anni per realizzare il suo progetto di squadra vincente.

Appena la macchina si rimise in moto, guidò i Red Devils alla conquista di tre campionati e di una coppa d’Inghilterra. Nel febbraio del ‘58, a Monaco di Baviera, l’aereo su cui viaggiava la comitiva dopo una trasferta di coppa, si schiantò in decollo e otto dei suoi ragazzi, tra cui Duncan Edwards, morirono nell’incidente. Matt Busby sopravvisse, gli venne somministrata per due volte l’estrema unzione ma non ne volle sapere.

Ricostruì il gruppo intorno ad un altro superstite eccellente: Bobby Charlton affiancandogli in attacco Denis Law e George Best, il giocatore più difficile da gestire per un allenatore. Quel collettivo vinse un’altra FA Cup, altri due campionati e la prima Coppa dei Campioni di una squadra inglese. Era il ‘68, lo stadio era Wembley e l’avversario sconfitto il Benfica di Eusebio.

Pochi mesi dopo, i Beatles cantavano: Dig it… like Matt Busby…

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