La guarigione di Fabrizio Pulvirenti lo conferma: Ebola può essere battuta. Il medico di Emergency, contagiato in Sierra Leone dal virus della famiglia dei Filoviridae, è guarito ed è stato dimesso a inizio gennaio dall’ospedale Spallanzani di Roma dove è stato curato. Quello del medico di Catania non è un caso né unico né raro, in Occidente.

A un anno dall’inizio dell’epidemia in Africa occidentale (febbraio 2014, in Guinea) le persone contagiate curate in Europa o in America sono state 24, così distribuite: 10 negli Stati Uniti, 3 in Germania e Spagna, 2 in Francia e Regno Unito, 1 in Norvegia, Olanda, Svizzera e, appunto, Italia. Le persone decedute a causa della febbre emorragica indotta dal virus di Ebola sono state 5.

Una mortalità alta (20,8 per cento), ma non paragonabile a quella, altissima, che si riscontra in Africa. Fino allo scorso 8 gennaio l’Organizzazione mondiale di sanità ha registrato 20.747 casi di infezione da Ebola, nel 99,8 per cento dei casi localizzati in tre soli Paesi: la Sierra Leone (9.780 casi); la Liberia (8.157 casi) e la Guinea (2.775 casi). Tra questi si sono verificati 8.235 decessi: una mortalità del 39,7 per cento. Ma, sostengono gli esperti dell’agenzia delle Nazioni Unite, si tratta di una mortalità sottostimata visto che quella reale si avvicina al 70 per cento. Anche perché la mortalità tra le persone contagiate che sono state curate in un ospedale tra Sierra Leone, Liberia e Guinea e di cui si è potuto documentare il decorso risulta del 60 per cento. D’altra parte tra gli 802 sanitari (medici o infermieri) contagiati, 488 sono morti: il 59,5 per cento, appunto. È molto probabile che nelle campagne e nei villaggi più remoti, dove non ci sono ospedali né cure e dove la malattia non è neppure diagnosticata, la mortalità sia superiore.

Nei primi mesi dell’epidemia – tra il mese di febbraio e il mese di agosto dello scorso anno – si sono verificati due atteggiamenti contraddittori ed entrambi pericolosi nell’opinione pubblica occidentale. Il primo è consistito nella sottovalutazione del fenomeno Ebola: è un fuoco epidemico – è stato detto – che presto si spegnerà e che, comunque, non travalicherà i confini dell’Africa. Il secondo è stato un atteggiamento di resa: il virus è imbattibile, non abbiamo una cura specifica, non abbiamo un vaccino e dunque non c’è nulla da fare se non tenersene lontani. Né l’uno né l’altro di questi atteggiamenti era fondato.

L’epidemia infatti non si è spenta, ma al contrario è esplosa, interessando sia altri tre paesi africani – Mali (8 casi), Nigeria (20 casi) e Senegal (1 caso) – sia altri due continenti, Europa (14 casi), America (10 casi). Anche se quasi tutti gli occidentali, come Fabrizio Pulvirenti, si sono contagiati in Africa e sono stati curati nei loro Paesi di origine. Ma, malgrado ciò, il virus si sta dimostrando meno invincibile del previsto. Ebola può essere fermato: l’epidemia sta rallentando la sua corsa.

Da Ebola si può guarire e, infatti, 8 su 10 delle persone curate in Occidente ce l’hanno fatta o stanno per farcela. Prendiamo il caso di Fabrizio Pulvirenti, curato con successo presso l’ospedale Spallanzani di Roma. Ce l’ha fatta anche in assenza di un farmaco specifico in grado di contrastare il virus di Ebola, grazie a terapie di supporto, a sieri e a quattro farmaci sperimentali le cui caratteristiche, come prevedono le linee guida dell’Oms, verranno rese noteentro la fine di gennaio.

Non sappiamo ancora quale peso relativo abbiano avuto i fermaci sperimentali. Ma tanto i medici clinici quanto i ricercatori sostengono che un aiuto formidabile, talvolta decisivo, viene fornito anche da terapie di supporto, come l’idratazione, che sono banali in un ospedale occidentale (anche condizioni di isolamento assoluto, come erano quelle di Pulvirenti); molto difficili da assicurare negli ospedali e nei centri di assistenza in Africa; praticamente assenti nei villaggi dove non c’è assistenza alcuna. È anche sulla base di questa consapevolezza che l’Oms sta organizzando in Sierra Leone, in Liberia e in Guinea una rete di centri di assistenza – la più diffusa e capillare possibile – che presidi non solo le città e i quartieri più poveri, ma anche i villaggi più remoti. Una rete, peraltro, integrata dai centri delle organizzazioni non governative, come Medici senza frontiere ed Emergency.

Anche dal fronte della ricerca giungono notizie positive. Lo scorso 23 dicembre, per esempio, Julie E Ledgerwood, del Vaccine research center di Bethesda (Stati Uniti), e un folto gruppo di suoi collaboratori hanno pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet i risultati di uno studio condotto su un gruppo di volontari con cui si dimostra che due vaccini – uno contro il virus di Ebola e l’altro contro il virus Marburg (un altro pericoloso membro della famiglia dei Filoviridae), contrariamente a quanto si pensava sono sicuri anche per le popolazioni africane.

La prospettiva che questi o altri vaccini in fase sperimentale o, anche, nuovi farmaci come quelli utilizzati per la cura di Fabrizio Pulvirenti, o anche il cosiddetto “plasma di convalescenza”, ovvero il sangue dei pazienti ammalati e guariti e, si presume, dotati degli anticorpi giusti, possano dimostrare di essere non solo sicuri, ma anche efficaci, dunque non è affatto remota. Ma qui sorgono le prime e più importanti difficoltà: mancano i medici, mancano gli infermieri, mancano le strutture, mancano i soldi. Non sarà facile creare una rete sufficiente di centri di assistenza e dotarla di tutti i mezzi necessari per debellare completamente l’epidemia se non ci sarà una nuova e più decisa mobilitazione delle autorità sanitarie, dei governi e dell’opinione pubblica internazionale.

Ma, dicevamo, l’epidemia sta rallentando comunque la sua corsa. Smentendo le previsioni più pessimistiche. Sulla base dei dati relativi ai mesi compresi tra luglio e settembre scorsi, i Cdc (Centers for deseases control and prevention) calcolavano che alla fine di gennaio 2015 nei tre Paesi del focolaio epidemico ci sarebbero stati oltre 45mila casi di contagio. A tutt’oggi, come abbiamo detto, l’Oms ne conta circa 21mila: meno della metà. E le notizie più aggiornate ci dicono che, con 250 nuovi casi a settimana, i contagi in Sierra Leone non sono più in aumento, ma si sono stabilizzati. Stabili risultano i nuovi contagi anche in Liberia. Mentre in Guinea, dove la corsa sembrava continuare, gli ultimi rilevamenti dimostrano che i nuovi casi sono diminuiti del 90 per cento, passando da 400 a 40. Non si conoscono i motivi di questo rallentamento.

Ma è evidente che un fattore importante, se non decisivo, è rappresentato dal sistema di contrasto che, in un modo o nell’altro, si è riusciti comunque ad approntare, grazie anche alla dedizione (che qualcuno non a torto definisce eroismo) dei medici e degli infermieri, locali e stranieri, che con notevole sprezzo del pericolo non sono scappati, ma hanno pensato e dimostrato che Ebola è un nemico pericolosissimo, ma non è imbattibile. In 500 hanno perso la vita. Ma, evidentemente, sono riusciti almeno a frenare l’epidemia.

Fabrizio Pulvirenti ha dichiarato di voler tornare in Sierra Leone. Non è l’unico tra i sanitari ammalati e guariti che ritornano al fronte. Sul sito dell’Oms c’è la storia di Rebecca Johnson, un’infermiera della Sierra Leone impegnata nella cura dei malati di Ebola presso la Police training school (Pts) Hastings I, che, dopo essere stata contagiata, è guarita ed è voluta ritornare al suo lavoro. Fabrizio e Rebecca sono una risorsa preziosa, con il loro coraggio contribuiscono a serrare le fila dei sanitari impegnati sul pericoloso fronte. Ma, forse, il loro eroismo non è sufficiente.

Oltre alle scelte di singoli o di singole organizzazioni, per battere definitivamente Ebola occorre un ulteriore e decisivo sforzo. Che non può che essere in primo luogo pubblico. Occorrono nuovi fondi e una sistema di intervento, non solo per contrastare l’epidemia, ma per ricostruire l’economia e il tessuto sociale dei paesi colpiti. A metà dicembre risultavano stanziati contro Ebola 1,4 miliardi di euro (460 milioni dagli Stati Uniti, 170 dal Regno Unito, 120 dalla Germania, 82 dalla Banca Mondiale, 460 da altri Paesi, 78 da gruppi privati). L’Unione europea si è impegnata a destinare un miliardo di euro contro Ebola. Questi fondi, probabilmente, sono ancora pochi. Ma quel che più conta è che lo sforzo non è coordinato. Ciascuno interviene per proprio conto. Mentre occorrerebbe un unico e autorevole centro di coordinamento. Questo centro già esiste: è un’agenzia delle Nazioni unite, l’Organizzazione mondiale di sanità. Il guaio è che a questa agenzia i governi destinano sempre meno fondi. Non capiscono che non è possibile battere Ebola e sventare tante altre minacce alla salute umana andando, come gli ingenui e superbi Curiazi, a combattere il terribile nemico ciascuno per conto suo.

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