Zanyar Omrani è un giovane documentarista. Ha una forte passione per il reportage: raccontare storie che colpiscono il cuore e l’immaginazione è forse la sua più grande missione. Come molti, non riesce a restare indifferente nei confronti di quello che sta accadendo nel Rojava, una regione nordorientale della Siria sotto attacco da IS (Islamic State), dove si trova la cittadina di Kobane. Questo giovane professionista ha una profonda motivazione che lo spinge ad andare a vedere con i suoi occhi quello che sta succedendo a Kobane: Zanyar è un kurdo-iraniano.

Chi conosce anche superficialmente la storia del popolo kurdo può immaginare quanti secoli di sofferenze e di discriminazione abbiano storicamente unito i kurdi di ogni nazione (Turchia, Siria, Iraq e Iran) sotto una bandiera comune: un Kurdistan unito, un riconoscimento formale della lingua e della cultura che, faticosamente, questo popolo ha continuato a cullare nelle proprie città. Anche in quelle siriane.

Nel 2012 scoppia la guerra civile in Siria, ben presto infiltrata massicciamente da estremisti islamici. I kurdi siriani, approfittando del vuoto di potere creatosi nel paese, iniziano a sperimentare nel Rojava – Kurdistan siriano – un esperimento di convivenza etnica assolutamente innovativo per la storia del Medio Oriente: il Confederalismo Democratico. Un modello politico basato sul riconoscimento paritario di tutte le etnie (arabi, kurdi, yazidi, siriani, turcomanni e assiri), laico, socialista e anti-sessista. Basti pensare che il primo ministro di uno dei tre cantoni del Rojava è una donna, ed è la prima in assoluto nella storia della Siria. Ora, potete immaginare con quanto trasporto la popolazione kurda abbia seguito questa epocale svolta: naturale che molti di loro decidessero di accorrere a Kobane, quando questa è stata messa sotto attacco. Così ha fatto anche Zanyar che, oltre ad una buona dose di coraggio, ha portato con se una piccola telecamera.

Tutte le frontiere sono chiuse. Zanyar entra clandestinamente in Siria dalla Turchia, un’esperienza che non vuole raccontare e della quale non sappiamo nulla. In fondo, alcune cose è bene mantenerle segrete. Arriva a Kobane, la città è parzialmente occupata da IS. Si aspettava di trovare la guerra. E guerra ha sicuramente incontrato, ma non solo. Racconta: “sono stato così colpito dai suoni e dalle parole che ho visto… Mi sono reso subito conto che non potevo evitare di testimoniarlo”

L’occhio del regista si ferma principalmente sul media center della città, composto da un gruppo di giovanissimi, alle prese con la necessità d’informare i media internazionali sopra gli sviluppi di uno o dell’altro fronte. Guidati da un neo laureato in giornalismo di Damasco, questi ragazzi hanno sulle loro spalle una missione fondamentale per vincere la guerra: aggiornare i canali televisivi, inviare materiale fotografico e audiovisivo.

Mobilitare l’opinione pubblica internazionale. Il documentario si rivela quindi un susseguirsi emozionante di situazioni al limite del surreale: i nostri giovani eroi combattono contro le password di Gmail o le domande di sicurezza di Skype, in una città dove manca l’energia elettrica e la rete wi-fi è stata seriamente danneggiata dal nemico. Situazioni kafkiane e drammaticamente comiche, vissute sotto il ritmo travolgente della musica kurda o scandite dal suono di lanci e mortai.

Un documentario sull’umanità perduta e ritrovata: imperdibile.

 

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