“La battaglia di Parigi”. “L’11 settembre della Francia”. Metafore e retorica bellicista, soprattutto italiana (“Siamo in guerra con l’Islam)”, hanno accompagnato il duplice attacco terroristico che ha insanguinato la capitale francese e scioccato l’Europa. Ma, a ben vedere, se una metafora storica meglio si adatta a quei tre giorni che hanno sconvolto il mondo, il riferimento è a Waterloo. La Waterloo dei servizi d’intelligence francesi e dei (cosiddetti) analisti dell’Islam radicale armato. I primi, hanno sottovaluto la pericolosità dei fratelli Kouchi, gli stragisti di Charlie Hebdo, i secondi avevano dato per finita, scomparsa, o comunque ridimensionata la nebulosa qaedista, concentrando tutte le attenzioni sullo Stato Islamico del “Califfo” Abu Bakr al-Baghdadi.

Niente di più errato. Perché quella che si è avviata con gli attacchi di Parigi è anche, e per certi versi soprattutto, una guerra nella guerra. Combattuta sul campo come su youtube, facebook, twitter: è la guerra per la leadership dell’Islam radicale armato, per la conquista della Umma (la comunità islamica). Una competizione condotta a colpi di attentati, videodecapitazioni, rapimenti, conquiste di territori in quelli che sempre più appaiono come “non Stati” (Yemen, Siria, Iraq, Libia, Somalia).

Una guerra che si proietta anche in Europa e incrocia la strage al Charlie Hebdo. E inchioda la Francia a un’amara, inquietante verità: sono 1.400 i cittadini francesi o residenti in Francia impegnati in Medio Oriente o in procinto di andarci. «Un grosso aumento in un tempo molto breve», spiega il primo ministro Manuel Valls. «Nella metà del 2012, quando ero ministro dell’Interno, erano solo una trentina di casi». Millequattrocento potenziali Said e Chérif Kouachi, e Amed Coulibaly.

L’incubo del proliferare del terrorista della porta accanto si è fatto realtà. Quella a cui abbiamo assistito è stata una corsa alla rivendicazione dell’attacco che ha visto impegnati i “fratelli-coltelli” della jihad globale. A chiunque si parasse sulla loro strada, i fratelli Said e Cherif Kouachi, gli autori del massacro al Charlie Hebdo, hanno ripetuto come un mantra, prima di essere fatti fuori dalle teste di cuoio francesi: «Siamo mujaheddin di al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap, ndr)», la branca ufficiale di al Qaeda che opera in Yemen e Arabia Saudita. E un’altra traccia porta nel “non Stato” yemenita, dove al Qaeda ha i suoi campi di addestramento più frequentati, ai quali si aggiungono quelli installati a Kirkuk (Iraq) e a Dayr az Zour (Siria): Said Kouachi, era stato addestrato in Yemen da al Qaeda nel 2011.

Stando a fonti governative yemenite, l’addestramento di Said è avvenuto nel periodo in cui molti giovani musulmani in Occidente si inspiravano ad Anwar al-Awlaki, un imam nato negli Stati Uniti e ucciso da un drone Usa nel 2011 nella penisola araba. E tra i giovani islamisti che incontrarono in Yemen al-Awlaki, c’era anche Said Kouachi. D’altro canto, diverse indagini in passato hanno accertato la presenza di elementi francesi nel Paese della penisola arabica, un’area dove al Qaeda rappresenta una forza consistente. Ed è anche certo che questa fazione ha più volte tentato di colpire usando militanti occidentali, molto di loro ispirati proprio dall’imam yemenita-americano Anwar al-Awlaki.

Altro indizio significativo: Inspire, la rivista online di Al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap), ha più volte fatto appello ai combattenti di Allah perché colpissero il settimanale francese per la vicenda dei disegni blasfemi. In questa guerra nella guerra, c’è anche da sottolineare che lo scorso novembre i jihadisti dell’Isis hanno lanciato uno specifico appello proprio a colpire la Francia, colpevole, agli occhi degli epigoni di Osama bin Laden di portare avanti una politica interventista, con l’obiettivo di voler “ricolonizzare” terre islamiche imponendo i propri valori. Una cosa è certa: al Qaeda ha riconquistato il centro della scena mondiale.

Offuscando il suo competitore nella guerra per la leadership dell’Islam radicale armato: il Califfo dello Stato Islamico (Is): Abu Bakr al-Baghdadi. Il campo di battaglia di questo scontro è il mondo. In particolare, l’Occidente. E in esso, l’Europa multietnica, dove è sempre più crescente la presenza dei musulmani, di seconda e terza generazione. Al Qaeda e l’Isis pescano nello stesso “mare”, e per tirare la rete dalla loro parte, devono alzare il livello dello scontro, spettacolarizzarlo: da qui le video decapitazioni, da qui l’attacco alla città dei Lumi e a un settimanale diventato il simbolo di una libertà di espressione che i “guerrieri di Allah” concepiscono come una minaccia mortale, non alla memoria del Profeta, ma alla loro idea di società, fondata sulla ferrea dittatura della sharia.

Ma una cosa lega i “fratelli- competitori”. Un’Europa islamofobica è quella che vorrebbero i tanti “califfi” che agiscono nel Grande Medio Oriente, molti dei quali prodotti dello stesso Occidente, non solo per scellerate avventure militari come le due guerre irachene, ma anche per l’applicazione   sul campo del vecchio assunto secondo cui “il nemico del mio nemico è mio amico”. Così è stato per Saddam Hussein, armato dall’Occidente, anche con i gas con i quali ha massacrato i curdi, quando il “macellaio di Baghdad” era visto come un argine alla penetrazione khomeinista in Medio Oriente. E così è stato per Osama bin Laden e i suoi protettori Talebani, quando servirono per combattere l’esercito sovietico in Afghanistan. In questi giorni di rabbia e di dolore è imperativo ragionare. Ragionare e non cavalcare l’insicurezza e la paura che può impadronirsi di ognuno di noi.

Ragionare significa, ad esempio, fare i conti con gli errori commessi dall’Occidente, Usa ed Europa in primis, agli albori della guerra in Siria, quando quella rivolta popolare s’inquadrava ancora in quell’evento epocale che è stata, e che rimane, la “Primavera araba”. “La nuova generazione – rimarcava allora Olivier Roy, tra i più autorevoli studiosi francesi dell’Islam radicale – non è interessata all’ideologia: scandisce slogan pragmatici e concreti (“erbal”, via subito) ed evita richiami all’Islam, come succedeva invece in Algeria alla fine degli anni Ottanta. Rifiuta la dittatura e chiede a gran voce la “democrazia”.

Erano i ragazzi della “rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia, erano i ragazzi di Piazza Tahrir in Egitto. Erano i loro coetanei siriani che scendevano nelle strade per invocare libertà e democrazia, ricevendo in cambio fucilate e cannonate da parte dell’esercito di Bashar al-Assad. La crescita del fondamentalismo, e delle sue componenti più estreme, è venuta “contro” e non “grazie” quelle rivolte. L’inverno jihadista non è la naturale successione alla Primavera araba. I leader occidentali l’hanno capito troppo tardi, se davvero l’hanno capito. La rottura del 2011 è nell’emergere di istanze di libertà che raccontano di un Islam plurale, in cui è possibile provare a coniugare modernità e tradizione.

L’agenda delle rivoluzioni post islamiste, i suoi attori principali, non avevano nulla a che vedere con il paradigma politico integralista. Volevano “globalizzare” i diritti, non la jihad. Sono stati abbandonati dall’Occidente, e attaccati dall’Islam radicale armato. Ma quei giovani – milioni di giovani – non sono svaniti nel nulla, tanto meno hanno ingrossato le fila dell’Esercito islamico o rafforzato i mille tentacoli della “piovra” qaedista. Sono loro l’investimento sul futuro.

Sono le organizzazioni della società civile che vivono in tanti Paesi arabi e musulmani, e che combattono, con le “armi” della non violenza, regimi teocratici e feroci tagliagole i cui capi – dal Califfato islamico di Siria e Iraq, alla martoriata, e colpevolmente dimenticata, Nigeria dei criminali di Boko Haram – chiedono loro di scegliere tra “fede e democrazia”, e non si fanno scrupolo di usare per le loro carneficine, inconsapevoli bambine-kamikaze. In questi anni – nel disinteresse dei Grandi della Terra – i miliziani qaedisti e dell’Is hanno rivolto le loro armi contro quelli che venivano considerati i nemici interni: donne e uomini musulmani, “colpevoli” di contrastare, anche solo non accettando i diktat della sharia, le indicazioni dei “guerrieri di Allah”.

Alzare i Muri è il regalo più grande che si potrebbe fare agli ispiratori, prima ancora che alla manovalanza, della jihad globalizzata. Costoro hanno paura dell’integrazione, temono la pace in Palestina, vivono e prosperano solo in una situazione di guerra permanente. La “normalità” li disorienta, li spiazza di questo Islam che non si arrende alle teocrazia, fanno parte le ragazze e i ragazzi dell’Onda Verde iraniana, così come le donne che combattono il regime oscurantista saudita rivendicando e praticando il diritto a guidare la macchina.

«Oggi salirò a bordo dell’aereo che mi riporterà a casa, in Pakistan, portando con me il manoscritto di un libro che sto scrivendo e che sarà pubblicato a breve. Si tratta di un saggio sulla riconciliazione dei valori dell’Islam e dell’Occidente, di una accalorata esortazione affinché l’Islam moderato e moderno emargini gli estremisti religiosi, riporti i militari dalla politica nelle loro caserme, tratti tutti i cittadini e specialmente le donne con parità e pienezza di diritti, scelga i propri leader con elezioni libere e irreprensibili, e garantisca un governo trasparente e democratico la cui priorità sia soddisfare le esigenze sociali ed economiche della popolazione». A parlare è Benazir Bhutto, in uno scritto del 18 ottobre 2007. «Mentre salgo su un aereo diretto in Pakistan, sono pienamente consapevole che i sostenitori dei taliban e di al Qaeda hanno pubblicamente minacciato di uccidermi – aggiungeva – il leader dei taliban Baitullah Mehsud ha dichiarato che i suoi terroristi mi daranno “il loro benvenuto” in occasione del mio ritorno, e non è certo necessario che io spieghi che cosa implicano queste parole.

Comprendo anche gli uomini di al Qaeda, che in passato hanno già cercato di assassinarmi due volte: il Partito popolare del Pakistan (Ppp) e io rappresentiamo tutto ciò che loro temono maggiormente, moderazione, democrazia, eguaglianza e parità tra uomini e donne, informazione e tecnologia. Noi rappresentiamo il futuro del Pakistan moderno, un futuro nel quale non c’è posto per l’ignoranza, l’intolleranza e il terrorismo». Il 21 dicembre dello stesso anno, il 2007, Benazir Bhutto viene uccisa in un attentato a Rawalpindi. Benazir Bhutto era una donna coraggiosa. Una donna islamica. Per questo era una duplice minaccia per gli integralisti. Molto più di quanti, al sicuro nelle loro case, predicano ora la guerra all’Islam.

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