Ci troviamo nel comitato elettorale di Tsipras, in pieno centro di Atene, un tendone allestito a poche centinaia di metri dal Parlamento ellenico. Il comizio è finito da poco, e il comitato si è naturalmente riempito di militanti festanti. Tra questi, molti italiani. Ancora visibilmente eccitati per la chiusura della campagna elettorale sulle note di Bella Ciao, l’immortale canzone della resistenza italiana eletta a simbolo di battaglia non solo in Europa, ma nel mondo.

Ascoltavamo in silenzio i commenti dei connazionali, quando un signore greco sulla sessantina si accorge di noi e ci dice, con un sorriso, il più classico dei ritornelli: Italia e Grecia, una faccia una razza. E poi inizia a raccontare. “Non è mica perchè ci assomigliamo che diciamo così, lo sapete vero? Beh, sicuramente saremo anche molto simili fisicamente, ma c’è ben altro.

C’era una grande guerra in Europa, non tanto tempo fa. Una guerra così grande che è passata alla storia come seconda guerra mondiale.
Qui in Grecia siamo stati invasi dai nazisti, come voi. Abbiamo resistito, così come voi. Solamente, la storia nei nostri riguardi è stata più inclemente. Guerra civile, intromissioni straniere, clandestinità: i nostri partigiani non hanno avuto vita facile. Infine, il colpo di grazia: la dittatura dei colonnelli. E per i comunisti la vita è diventata veramente dura. I militari hanno ucciso studenti, torturato uomini e donne, spento vite umane. Ma qualcuno è riuscito a scappare. E sapete per merito di chi? Del Partito Comunista Italiano.

Noi vecchi di Syriza abbiamo vissuto quegli anni, e spesso vorremmo non ricordarli, anche se non tutto il male viene per nuocere: Gli amici che riuscirono a trovare un rifugio nel vostro paese non ci hanno mai dimenticato. Instancabilmente, negli anni, hanno lavorato insieme agli italiani per intensificare gli aiuti e gli scambi di conoscenza reciproci. Anche a dittatura ormai finita. Sarà forse per questo che qui in Syriza il Partito Comunista di Berlinguer ed il suo eurocomunismo sono ancora oggi un punto di riferimento per la nostra sinistra? Forse si. Però devo dire che, ripensando agli anni di terrore durante la dittatura dei colonnelli, quasi mi commuovo a vedervi così numerosi ad Atene, in questi giorni tanto importanti per noi”.

Con Gli occhi leggermente lucidi dall’emozione, Andreas finisce di fumare la sua sigaretta in silenzio. Poi si alza, ci spiega che si sta facendo tardi e che deve proprio tornare a casa. Qualche convenevole, i soliti saluti finali, e s’infila la giacca. Eppure noi, quasi nella speranza di riuscire a trattenerlo giusto il tempo di un’altra storia, non riusciamo a fare a meno di chiedergli: “Andreas, per favore, regalaci un ricordo: possiamo scattarti una foto?” “Mi spiace ragazzi. Chi ha vissuto la clandestinità non si lascia fotografare facilmente“.

 

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