Alla Piaggio di Pontedera il Jobs act è già realtà. E assume la forma di lettere in carta bollata. Gli operai pisani sono i primi a respirare gli effetti della riforma targata Renzi. «Senza terrorizzare più del giusto la gente, c’è da dire che questo clima di umiliazione dei lavoratori fa sì che le imprese si sentano più o meno onnipotenti», spiega Piergiovanni Alleva, docente di Diritto del lavoro ad Ancona.

È una questione di “clima”, insomma. Il vento comincia a soffiare dalla parte dell’impresa. «Le aziende sentono di avere il vento in poppa e spiegano le vele per restaurare fino in fondo il loro completo dominio». È sicuro Sergio Bellavita, della Fiom Cgil nazionale. «Vengono cancellati i diritti dei lavoratori, perché un’azienda che decide di licenziare un lavoratore adesso ha tutta la strumentazione necessaria. L’ha costruita il governo Renzi».

In verità, lo smantellamento dei diritti, in materia, non è tutto “merito” di Renzi. Già il governo Monti – e il suo ministro Elsa Fornero – con la riforma del 2012 aveva fatto la sua parte.

Se Pontedera è l’assaggio di una nuova stagione dei (non) diritti del lavoro, vale la pena soffermarsi su quanto è accaduto in quel di Pisa. Per la Fiom, «ogni lavoratore della Piaggio che ha ricevuto quella lettera potrebbe querelare l’azienda per diffamazione», è sicuro Bellavita. «Perché viene loro contestato un diritto non sulla base di un dato concreto, non si contesta al lavoratore l’abuso di uno strumento perché dal risultato di un’indagine è stato scoperto che i certificati per esempio erano fasulli, qui si allude al fatto che il lavoratore in realtà non è malato».

In effetti, come può un operaio ridurre la propria malattia? «L’azienda chiede agli operai di andare a lavorare malati, oppure si contesta la falsa malattia», abbozza il sindacalista. Tema sensibile, quello della salute. E non è un dettaglio trascurabile che avvenga in una fabbrica – la Piaggio di Pontedera – dove più volte i lavoratori hanno denunciato un’arretratezza tecnologica e, quindi, un conseguente aumento dello sforzo fisico nell’impiego.

«La fabbrica è una fabbrica fordista nel senso pieno della parola. La forza fisica ha un peso rilevante, è evidente che non è paragonabile a un impiego d’azienda qualunque», conferma Sergio Bellavita.

Sei deleghe e due decreti. Sono questi, al momento, i numeri del Jobs act. Uno dei due provvedimenti è stato battezzato dal premier “contratto a tutele crescenti”. Tradotto: un neoassunto al momento della sua assunzione non avrà tutele, ma le guadagnerà nel tempo. Ma questa «è una balla clamorosa di Renzi», ribatte il giuslavorista Alleva. «Non è prevista una nuova forma contrattuale, lui ha determinato il fatto che con l’entrata in vigore dei primi due decreti attuativi ci saranno due categorie di lavoratori». Stiamo parlando dei lavoratori già assunti e di quelli neoassunti, che avranno meno diritti. «Non è una tutela crescente perché alla fine di quel periodo il lavoratore non avrà acquisito nulla in più.

È semplicemente una transizione in cui la parte dei lavoratori “privilegiati” verranno pian piano neoassunti e quindi assoggettati alla nuova normativa. E se, mettiamo il caso, tutti i lavoratori “privilegiati” non si dovessero mai muovere comunque è un processo che va ad estinguere i vecchi diritti. Quindi i nuovi assunti sono molto più appetibili per le aziende: hanno gli sgravi nelle assunzioni e hanno un regime di ricattabilità e licenziabilità assoluto.

Quindi le aziende non creano nuova occupazione, hanno soltanto condizioni tali da poter imporre condizioni peggiorative: sul salario, sugli orari…».

Sotto la ruspa della rottamazione renziana è arrivato il turno della classe operaia. Ancora una volta, secondo il sindacato, quanto accade in Piaggio è un segno evidente: «La fase lì è complicata, con una mobilitazione ancora in piedi rispetto al contratto aziendale che non è ancora stato rinnovato», spiega Bellavita. «Quindi l’antisindacalità di questo passaggio, nel senso collettivo, c’è tutta. È evidente che usano queste cose come forma di intimidazione, non solo sulla malattia ma in senso generale rispetto al ruolo del sindacato. E siccome c’è una rappresentanza sindacale e un insediamento storico di lavoratori con un’attenta e precisa coscienza dei loro diritti, forse queste lettere rappresentano un tentativo di normalizzare».

Il 12 gennaio Sergio Marchionne – adesso a capo di Fiat Chrysler Automobiles – ha annunciato da Detroit 1.500 assunzioni precisando che avvengono «in modo interinale fino a quando il Jobs act non diventerà effettivo». Un annuncio che «non si può che salutare positivamente», per il segretario generale della Cgil Susanna Camusso. Ma c’è chi non la pensa come lei. Perché con la riforma del lavoro, sostiene Bellavita, «si instaura un doppio regime tra vecchi e nuovi assunti. Che può favorire la sostituibilità».

Con una semplice formuletta, potremmo semplificare: licenziamenti + neoassunzioni = sostituzioni. È d’accordo Alleva. «Il tutto è stato fatto a questo scopo – commenta – I nuovi contratti hanno due vantaggi: l’esenzione decontributiva per tre anni e l’assenza dell’articolo 18. Sono ultraconvenienti, tutti cercheranno di fare la sostituzione». Tuttavia, bisogna tener conto che senza un reale incremento occupazionale difficilmente si potrà usufruire della decontribuzione. «Il giochetto di licenziare e riassumere non è un giochetto così facile, taglia corto Alleva. «Anzi, è una truffa».

Il sindacato annuncia ricorsi in tutte le sedi giudiziarie. «C’è una guerra di tribunali, che noi abbiamo sempre fatto e che possiamo fare, alla quale ho sempre partecipato – avverte Alleva –. Però questa volta onestamente credo che bisognerebbe avere il coraggio di misurarsi con l’avversario». Il professore ha lanciato l’idea di un referendum, ma spiega che è ora di non ragionare più in maniera difensiva. «È arrivato il momento di capire che il liberalismo ha fatto la bancarotta completa – conclude – La gente è nella fame e nella disperazione. Non avrei nessuna esitazione ad agire: la pentola ha ricominciato a bollire forte». Ci vuole coraggio. Per evitare che l’Italia di- venti una Repubblica fondata sulla libertà d’impresa.

 

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