Tre fenomeni accompagnano il tema dei diritti civili nel nostro Paese: per la sinistra non sono una priorità dell’agenda politica, la destra se ne ricorda solo per proibire e osteggiare spazi di libertà individuali, i tribunali e la Corte costituzionale sono costretti a cogliere i cambiamenti sociali.

Vanno sicuramente riconosciute delle eccezioni all’interno dei partiti, le quali esprimono il desiderio di rafforzare l’interesse per il tema o anche farsi portatori di riforme, ma in generale la politica da moltissimi anni è in ritardo rispetto alle manifestazioni di espressione delle libertà individuali dei cittadini italiani.

Pensiamo ai matrimoni gay, ad una legge sul fine vita come quella depositata alla Camera dei deputati dall’Associazione Luca Coscioni e mai discussa, alla fecondazione assistita più volte proclamata incostituzionale.

Se pensiamo agli anni Settanta e all’affermazione dei diritti civili vissuta 40 anni fa – legge sull’aborto, riforma del diritto di famiglia, legge sul referendum – oggi siamo costretti a definirci degli incivili, a prendere atto di una regressione politica e culturale sul tema.

Renzi lo scorso settembre , nel suo discorso alle Camere per fare il punto sul suo programma, aveva dichiarato: «Entro la fine dei Mille giorni ci sarà una legge sui diritti civili», non ha l’aria di un contentino last minute? E la destra, invece, lascia ai Sacconi, ai Gasparri, alla Roccella gridare alla scomunica quando qualcuno si permette di negoziare e rivisitare in chiave liberale concetti come vita, morte, nascita, matrimonio. La conseguenza dell’indifferenza della politica nei confronti delle libertà individuali potrebbe tradursi in una frase apparentemente banale ma in realtà rivelatrice: c’è un telefono che squilla ma nessuno risponde.

I cittadini italiani, pur se distratti in massa dalle urgenze economiche, quando messi a conoscenza dei propri diritti di libertà, cominciano a pretenderli, ma chi dovrebbe garantirli si volta all’altra parte o addirittura li limita. Lo abbiamo visto con la legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita; su tre aspetti si è pronunciata la Corte costituzionale – ultimo quello sul divieto di eterologa – definendola incostituzionale, mentre la politica non vuole mai intervenire per sopprimere quelle norme chiaramente lesive dei principi di uguaglianza e autodeterminazione in materia di inizio vita.

Il 14 aprile ci aspetta un altro importante appuntamento dinanzi alla Consulta che dovrà decidere se il divieto di accedere alla tecniche di Pma per le coppie fertili ma portatrici di patologie genetiche è incostituzionale. E poi ci sarà anche la decisione sulla possibilità, ora vietata, dell’utilizzo degli embrioni per la ricerca scientifica. Due aspetti che riguardano le speranze genitoriali di migliaia di italiani e gli sviluppi della medicina dinanzi alle sfide di malattie ora incurabili.

Fino a queste date posso scommettere sul silenzio di Governo e Parlamento e su una valanga di dichiarazioni di soddisfazione e sdegno a pochi minuti dalle decisioni. Noi, come Associazione Luca Coscioni, insieme ai cittadini che ci sostengono e lottano con noi e per tutti, non rimaniamo mai in silenzio e ci azioniamo anche quando tutti vogliono imporre una pax bioetica che fa comodo ai partiti ma scontenta la maggioranza degli italiani.

 

(*) Segretario nazionale dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica

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