Nel 1930 John Maynard Keynes scriveva più o meno così: “Tra cent’anni, risolti tutti i nostri problemi economici, ci rimarrà da affrontare la grande questione del tempo libero. Sarà sufficiente lavorare tre ore al giorno e avere libero tutto il resto della giornata”. Affrancata dalla lotta per la sopravvivenza, all’umanità non sarebbe rimasto che da risolvere “la grande questione del tempo libero”. Questione che Keynes viveva con una certa angoscia. Dread, questo il termine che l’economista usa.

Spavento, terrore, come ci ricorda in un saggio Ernesto Longobardi (in Quale crescita, a cura di A. Pettini e A. Ventura).

Cent’anni son quasi passati. La previsione ottimistica di Keynes ci farebbe sorridere se non fosse che la crisi che stiamo vivendo, evidentemente non solo economica, è talmente grave da non consentircelo. Risolvere la grande questione del “tempo libero” non è pane per i nostri tempi. Tempi nei quali, in Europa per esempio, si muore perché non ci si cura più. E non ci si cura più perché in alcuni Paesi la sanità pubblica è stata smantellata dai tagli imposti dalla Troika.

Eppure dovremmo pensarci bene. Siamo in tempo. Ci sono rimasti quindici anni per non “bucare” del tutto le previsioni di Keynes che voleva «coniugare efficienza, equità e libertà». In Prospettive economiche per i nostri nipoti (1930) l’economista si diceva sicuro che «l’umanità stesse procedendo alla soluzione dei suoi problemi economici». Era convinto che «avarizia, usura, prudenza dovevano essere il nostro dio ancora per poco» così da poter uscire «dal cunicolo del bisogno economico» e affrontare finalmente la grande questione del tempo libero. Bisognerà cambiare abitudini, comportamenti, valori: l’amore del denaro di per sé dovrà essere considerato alla stregua di una malattia mentale, “mental disease” scrisse Keynes.

Anche Marx, prima di lui, aveva ipotizzato una fase futura in cui la vita dell’uomo sarebbe stata libera dalle necessità economiche ma diversamente da Keynes non la immaginava possibile nell’ambito di un sistema capitalistico. Bensì solo in quella che lui definì la «società dei produttori associati» in cui i «bisogni radicali» avrebbero finalmente giocato un ruolo fondamentale. Il bisogno radicale di tempo libero, di universalità, di sviluppo integrale della persona. Entrambi però, sia Keynes che Marx, teorizzavano due fasi, quella dello sviluppo della ricchezza materiale e quella, solo successiva, dello sviluppo della ricchezza umana.

Alexis Tsipras, il leader greco alla testa del primo governo dichiaratamente contrario alla Troika, si rifà sia a Marx che a Keynes. Cosa farà lo vedremo e ne scriveremo. Nel frattempo vi ricordiamo le parole che ha usato nel suo primo discorso dopo la vittoria: «Ha vinto la Grecia della creatività. Che combatte e spera. Che vuole spazio e tempo. Lavoro, sapere, onestà, amicizia, uomini e donne. Fine dell’austerità della catastrofe, fine di cinque anni di oppressione. Fine della paura. Dignità, ottimismo. Passione. Lotteremo con passione – ha detto – “senza nessun obbligo”. Perché democrazia significa benessere. E se il benessere non c’è vuol dire che non c’è democrazia».

Partiamo da qui allora. Se non c’è benessere inteso come ben-essere, e prendo a prestito l’espressione di Claudio Gnesutta, non c’è democrazia. Per dire che certamente su Left scriveremo di cosa farà Tsipras, e se lo farà per bene. Ma annotiamo che forse è arrivato il momento di invertire le due fasi, o di unirle. Scriveremo e riscriveremo che è inutile perseguire la sola sopravvivenza materiale, fondamento necessario ma non sufficiente e la Storia lo dimostra: la creazione di ricchezza materiale di per sé genera mostri. È tempo di «accettare che il riferimento sia il ben-essere piuttosto che il prodotto (nell’accezione ampia di Pil)», spiega Gnesutta. E questo impone un cambiamento di prospettiva, di paradigma economico, politico, culturale. «Il problema politico dell’umanità consiste nel mettere assieme tre momenti: l’efficienza economica, la giustizia sociale e la libertà individuale», Keynes lo scriveva già nel 1926. Bisogna capire cosa accade «sotto il pelo dell’acqua» e andare oltre. Recuperare l’ottimismo di Keynes sulla capacità dell’umanità di realizzare il “meglio”. E trasformare in profondità l’agenda della nostra politica affinché “comprenda” una realtà più “vera”. Giorgio Lunghini nel 1995 scriveva: «Per poter cantare insieme occorre un diverso rapporto tra ciclo sociale e ciclo produttivo, tra tempo di lavoro e tempo di vita». Per cantare insieme, non “contare”.

@ilariabonaccors

Commenti

commenti