«Street art è un’espressione ambigua che vuol dire tutto e niente». L’artista e muralista Agostino Iacurci preferisce parlare di arte urbana o di arte contemporanea. Classe ’86, originario di Foggia, vive a Roma ed è conosciuto al grande pubblico per le sue opere su grandi superfici. Ha dipinto i muri di Londra, Mosca, Parigi. A Roma, ha portato la sua arte dal Porto Fluviale al quartiere Prenestino e ha partecipato a “Rebibbia on the wall” all’interno dei passeggi della sezione Alta Sicurezza del carcere. Ma oltre il muro ci sono le sculture e le tele che ha esposto in ogni dove. Australia, Brasile, Stati Uniti.

A 28 anni può vantare centinaia di lavori in tutto il mondo. Quando ha iniziato a dipingere?

Quando avevo 12 anni. Ho cominciato con i graffiti nella mia città. Poi, crescendo, ho deciso di studiare arte e ho traslato questa mia passione per il murales nel nuovo linguaggio che avevo elaborato con i miei studi, abbandonando i canoni del graffito. Ho aperto uno studio e ho cominciato a fare i primi murales fuori Roma, poi in Europa e in America, lavorando, per così dire, a viso aperto.

Grazie ad artisti come Bansky, Blu, JR, il dipinto murale che prima era considerato un segno di degrado oggi è definito arte.

Il passaggio c’è stato perché la “Street art” è diventato un fenomeno conosciuto e riconosciuto da grande pubblico e istituzioni. Il terreno, però, è sempre scivoloso perché da un lato gli interventi murali sono accettati e ci sono addirittura promotori che lavorano solo su questo settore, dall’altro, non esiste una legislazione chiara e i limiti tra graffiti e arte urbana si mescolano molto. C’è una situazione un po’ contraddittoria tra il riconoscimento degli interventi come “arte” e i rischi che si corrono se si dipinge su muri illegalmente.

L’arte urbana è un’evoluzione del graffito?

È semplicemente qualcosa di diverso. Il mondo dei graffiti è vivo, ha nomi di spicco che continuano a fare cose molto interessanti. Da una costola del graffitismo è nata questa arte che oggi tutti chiamano “street art”, una forma contaminata che ha in comune con i graffiti la strada ma che si serve di codici molto diversi. Quasi tutti gli artisti delle prime e seconde generazioni che conosco vengono da quel mondo. Ora, però, il passo è stato fatto. Per le nuove generazioni ci sono molte più possibilità di realizzare questo tipo di arte: ci sono muri legali, centinaia di progetti che coinvolgono ragazzi e non è difficile ottenere le autorizzazioni. C’è sempre chi parte dalla spinta del graffito per arrivare all’arte urbana ma oggi ci si giunge nei modi più diversi.

Come nasce un suo lavoro?

Dal punto di vista pittorico, faccio un lavoro di ricerca sulla semplificazione delle forme, sull’equilibrio degli elementi. C’è quasi sempre una figura umana che pongo in situazioni quotidiane e poi c’è un elemento che rompe con la familiarità della situazione per innescare qualcosa che magari è all’opposto rispetto a quello che l’immagine sta dicendo. Il fulcro del contenuto, invece, è la condizione dell’essere umano. Il mio lavoro è quindi una ricerca sull’immagine, sul linguaggio e sulla relazione tra le persone.

 Anche rispetto ai fruitori del suo lavoro?

Esatto. Lavorare in strada mi piace perché la mia opera diventa un pretesto per generare delle relazioni: più che l’opera in sé, mi interessa l’esperienza di instaurare un dialogo anche diretto con gli spettatori. Il linguaggio che utilizzo mi aiuta molto perché credo sia abbastanza intelligibile, chiunque riesce a leggere qualcosa e, da quel punto di partenza, costruisco delle storie.

Quindi la sua arte ha anche un valore sociale?

Ha un valore “socievole”, nel senso che la socialità è il movente che mi spinge a fare questo lavoro. Non mi sento un artista romantico auto-riferito che dipinge per la necessità di farlo: io dipingo perché mi piace che il mio lavoro entri in comunicazione, in rotta di collisione con altre cose. Non la definirei “arte sociale” ma una ricerca poetica che ruota attorno all’idea di costruire relazioni.

Cosa prova guardando un lavoro finito?

Sentimenti contrastanti. Anzitutto la soddisfazione di aver portato a termine qualcosa, come quando si prepara un piatto di pasta. D’altro canto, sento la responsabilità di essere intervenuto sul paesaggio collettivo. Le opere che realizzo sono sempre ispirate al luogo, cerco di lavorare in termini di dialogo anche dal punto di vista cromatico. Ma la richiesta di modificare quel paesaggio non viene da ciascuna delle persone che lo vive quotidianamente, è quasi un atto di prepotenza, quindi avverto anche questa responsabilità.

La street art può riqualificare un quartiere degradato?

Un’enorme quantità di progetti nasce sotto la voce di “riqualificazione urbana”. Io credo che un murales non lo sia di per sé. Neanche colorando tutta la città la si riqualifica realmente. Il murales non serve a rendere bello un ecomostro: la forza che può avere dal punto di vista dell’impatto sociale è quella di riattivare il dibattito sugli edifici dimenticati, abbandonati, che diventano parte integrante del paesaggio perché ci si abitua alla loro bruttezza. Ma per riqualificare bisogna andare oltre.

L’arte oggi è anche il suo lavoro?

È l’attività a cui dedico la mia vita ed è anche il mio lavoro. Il dramma della precarietà della mia generazione, nel nostro caso si è quasi rivelata una fortuna perché, nell’impossibilità di avere una strada certa, ci ha messo nelle condizioni di scegliere quello che più ci interessa. Io mi sento fortunato a passare giornate intere nel mio studio.

Ora che l’audience si è spostata sul web dipingerà su muri digitali?

Non credo sia necessario. L’arte visiva ha il vantaggio di essere un linguaggio universale e, attraverso internet, può avere un bacino di utenza enorme. Io, partendo da Foggia, ho trovato persone interessate al mio lavoro dall’altro capo del mondo. In un momento in cui si digitalizza tutto, credo ci sia anche la richiesta di cose concrete, di esperienze di vita reale.

 

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