«Dove stanno i compagni?». Italo se li ricorda bene, quando arrivarono al campo di Camarda. Due, greci, giovani. Studiavano in Italia ma erano attivisti di Syriza. Erano i giorni di Pasqua del 2009. La notte della domenica delle Palme un terremoto aveva squassato L’Aquila e centinaia di militanti di Rifondazione e dei centri sociali s’erano mossi immediatamente raggiungendo le frazioni intorno alla città molto prima della pesante macchina governativa della protezione civile. A Camarda e Tempera c’erano le Brigate di solidarietà attiva del Prc, a Fossa funzionava l’Epicentro solidale.

Grigoris era il più giovane dei greci ma anche il più curioso. La Grecia era ancora all’alba della sua crisi, le elezioni le aveva vinte il Pasok. Syriza era nata da poco per coalizzare la frammentatissima sinistra greca sulla spinta del movimento no global (tre anni prima ad Atene c’era stato il quarto Forum sociale europeo). «Lavoravamo insieme tutto il giorno e la sera discutevamo durante e dopo la cena comunitaria», racconta ancora Italo Di Sabato, 51 anni, molisano, operatore sociale dopo una lunga esperienza in politica. «Erano rimasti molto colpiti da quella nostra pratica sociale di autogestione della solidarietà, di costruzione del protagonismo delle persone in quella situazione, di conflitto con il modello passivizzante degli aiuti di Stato. I greci erano con noi anche l’ultima sera, quando consegnammo agli abitanti di Camarda la loro cucina da campo».

Poi vennero i giorni del G8 di luglio, e altra gente di Syriza arrivò a L’Aquila a studiare l’esperienza di «solidarietà conflittuale», ricorda ancora Italo, lo spaccio popolare, che distribuiva generi di prima necessità raccolti in tutta Italia e distribuiti in base alle esigenze. Il tentativo di non “ospedalizzare” le persone come succedeva nelle altre tendopoli. Finché il modello berlusconiano delle new town non ha sparpagliato la gente lontano dalle proprie case, disperdendo quel fragile esperimento. Ma non le Brigate, che avrebbero continuato le loro sperimentazioni di mutualismo.

Pochi giorni fa, Italo ha rivisto i compagni di Grigoris, li ha incontrati ad Atene negli ambulatori popolari di Syriza dove, sulla base di un bisogno materiale si prova a ricostruire un tessuto sociale sconvolto da quel terremoto permanente chiamato neoliberismo e si rivendica la ripubblicizzazione della sanità.

Dal pane a un euro ai Gap

«Tutto comincia dal pane a un euro a Roma», ricorda Francesco Piobbichi, umbro, 42 anni, operatore sociale anche lui. S’è occupato, nel tempo, di curve ultra, tossicodipendenze, lotta al caporalato, migranti, rifugiati. Era il 2008, la parola carovita ritornava dagli anni 70 nel vocabolario corrente. E una sigla, Gap, che evocava la resistenza ma anche i Gas, i gruppi di acquisto. Popolari quelli dei Gap, solidali quelli dei Gas. E poi Arancia metalmeccanica: comprare le arance dai contadini siciliani che rifiutavano di svenderle alle multinazionali per finanziare le casse di resistenza, la più famosa quella di Eutelia, 1.200 lavoratori truffati dal loro padrone.

Dentro Rifondazione, proprio durante la disfatta del secondo orrendo Prodi, si iniziò a discutere di “partito sociale”. «Una parte della sinistra, azzerata sul piano elettorale, scoprì di essere fatta da “partiti senza società” – dice ancora Piobbichi citando Pino Ferraris – e pensò di potersi ricostruire nella società, producendo autorganizzazione e solidarietà là dove la crisi, sgretolando il welfare, fa avanzare il rancore dei penultimi verso gli ultimi».

Se Piobbichi è la guida indiana di questo viaggio dentro l’occasione perduta (finora) dalla sinistra italiana, Pino Ferraris, ricercatore e storico del movimento operaio scomparso giusto tre anni fa, ne è stato il teorizzatore. «È a lui che si deve il termine stesso di partito sociale, mentre i partiti si perdevano nell’esperienza di governo del centrosinistra, l’idea di organizzare le “forme della politica diffusa e parziale” in una nuova confederalità sociale». Le Edizioni dell’Asino di Goffredo Fofi hanno ripubblicato il suo Ieri e domani. Perché, mentre il capitalismo prende forme selvagge e violente come a cavallo tra ’800 e ’900, anche Ferraris tenta un viaggio a ritroso nel tempo per immaginare il futuro. E riscopre, come Valerio Evangelisti, nel suo Noi saremo tutto, la dimensione dell’azione collettiva che diede vita alle prime leghe, alle società di mutuo soccorso, alle esperienze con cui gli operai e i contadini provavano a organizzarsi sulla base di bisogni immediati. «Le prime mutue servivano a pagare le spese dei funerali», dice ancora Piobbichi. Insomma, prima di farsi Stato, di diventare “partito delle cariche pubbliche”, il movimento operaio s’era interrogato a lungo su come inventare l’autorganizzazione sociale. E ancora lo fa.

Se Franco Giordano – nel fervore della scissione di Sel – bocciò l’idea di partito sociale come «plebeismo», qualche anno dopo sarà un assessore provinciale ferrarese, di Rifondazione (ora capo degli agrari della Cia), a sbarrare la strada alle Brigate di solidarietà attiva (ma non a Casapound) che volevano intervenire sui luoghi del sisma emiliano. Anche dentro il Prc c’è chi non ha compreso la sfida del partito sociale, chi ha avuto solo un approccio strumentale, propagandistico, o, addirittura, vi ha intravisto una minaccia al consueto tran-tran istituzionalista.

Nuovo mutualismo

Eppure, a macchia di leopardo, il partito sociale esiste. E, a volte, si intreccia, si scontra o convive con altre esperienze di autorganizzazione: palestre popolari, occupazioni di case, autogestioni di centri sociali, fabbriche recuperate come Rimaflow a Milano, esperienze di coworking come le romane Officine Zero, ambulatori, scuole, osterie, orti, gruppi di acquisto, esperimenti di risparmio, finanza autogestita e solidale, microcredito, commercio solidale, riappropriazione delle terre. Nessuna città è immune da questo tipo di pratiche.

«Le modalità di queste forme hanno a che fare con i cardini del mutualismo: reciprocità, democrazia gestionale, cooperazione», spiega a Left Lorenzo Guadagnucci, giornalista di Altreconomia e autore de Il nuovo mutualismo (Feltrinelli, 2007), una delle migliori ricerche su forme radicate di pratiche alternative. «Non si tratta di soluzioni estemporanee, tirate fuori dal cappello, ma hanno radici nella storia del movimento operaio delle origini: l’idea di far da sé, crearsi il lavoro, autogestirsi la vita, mettere in piedi un’idea di società». Queste pratiche si fondano su altre parole d’ordine, diverse anche dall’idea delle socialdemocrazie: «Credo sia questo il messaggio più importante che viene da questo mondo, ma c’è ancora un ascolto debole da parte della sinistra e una relazione complicata anche con il sindacato», continua il giornalista. «La stessa Syriza fatica a distaccarsi dal keynesismo che il mondo dell’altra economia rifiuta cercando altre modalità. Questo è il campo sul quale si gioca la sopravvivenza della sinistra, almeno in Europa».

l’articolo integrale su left in edicola da sabato 7 febbraio 2015

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