La partita è molto complicata, difficile prevedere se e come si potrà uscirne. Il nodo è sempre quello. Una politica che, nel senso tradizionale delle istituzioni e dei processi di rappresentanza democratica, è rimasta nazionale, ma nella sostanza è senz’armi, perché le decisioni sono prese altrove, a livello dell’Unione, tramite meccanismi e processi decisionali del tutto estranei ai canoni della democrazia. D’altra parte nell’Unione i rappresentanti dei governi nazionali hanno lo sguardo continuamente rivolto alle ricadute che le decisioni prese dalle istituzioni europee avranno all’interno dei propri paesi, attenti a ogni possibile anche minimo effetto sul livello di consenso. I processi decisionali europei risultano così lentissimi, inefficaci, spesso del tutto inconcludenti.

Alla fine perdente è la politica, in periferia come al centro. Il nuovo governo greco lancia precisi messaggi ai propri elettori che terrà senza indugio fede alle promesse. Si annunciano aumenti di retribuzioni e pensioni, rispristino della tredicesima, riassunzione dei dipendenti statali licenziati, annullamento dei piani di privatizzazioni (anche se, sul porto del Pireo, si fa poi marcia indietro, riaprendo le trattative con il gruppo di trasporto marittimo cinese Cosco, il che, forse, per i greci non è neanche un male, magari lo è per i porti italiani). Il governo greco sa però bene che tutto questo potrà tenere se e solo se si scioglierà a livello europeo il nodo del debito greco.

La Merkel e il ministro delle Finanze Schäuble, dal canto loro, respingono con decisione ogni ipotesi di ristrutturazione del debito greco. Guardano al proprio interno: a due settimane dal voto ad Amburgo, devono rassicurare gli elettori tedeschi, cui ci si ostina a far credere che di una ristrutturazione del debito greco sarebbero le prime vittime.

Altri governi, come quello francese e italiano, galleggiano tra problemi di consenso interno, esigenze di iniziativa nell’ambito dell’Unione, timori reverenziali nei confronti della Germania. Così il governo italiano, che avrebbe tutto da guadagnare da una forte iniziativa politica in sede europea sul problema dei debiti pubblici, si muove con una snervante prudenza, considerando forse troppo prezioso il nuovo legame empatico tra Renzi e la Merkel che è stato propinato all’opinione pubblica. Ma i “mercati”, come si dice, non aspettano la politica. In Grecia il rendimento del bond è schizzato al 17%, nelle ultime settimane si è prelevato dai depositi bancari circa un miliardo al giorno. Il sistema bancario è al collasso. Lo tiene in vita la Bce che continua ad erogare liquidità di emergenza. Ma fino a quando potrà farlo in assenza di un grande accordo politico sulla finanza greca?

Mentre si scrivono queste note, giungono le notizie che Tsipras e il proprio ministro delle finanze Yanis Varoufakis hanno scompaginato le carte proponendo uno schema di ingegneria finanziaria “intelligente”, come loro stessi l’hanno definito: ai possessori di titoli del debito greco è proposto lo scambio con un nuovo tipo di obbligazioni il cui rendimento viene fatto dipendere alla crescita economica della Grecia. Mostrano intelligenza e coraggio. E a loro dobbiamo se si è finalmente aperto a livello europeo, in tutta la sua valenza tecnica e politica, il dibattito sulla troika e sulla sua legittimazione: tanto che lo stesso presidente Juncker ha dichiarato che è forse venuto il momento di sostituirla con qualcosa di diverso. Spiragli di luce nell’opacità dell’Unione.

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