Quando nel 1992 il Parlamento introdusse il 416ter per punire lo scambio tra il politico e il mafioso, insieme modificando il 416bis, la politica fu molto accorta a produrre un risultato amputato e impreciso. Amputato, perché saltò la dicitura “altre utilità”. E impreciso, per la formulazione ambigua che si diede al rimando al terzo comma, novellato, del 416bis.

Da allora per provare il reato, bisognava provare la dazione di denaro da parte del politico al mafioso. Una norma nata male e applicata poche volte in vent’anni di disonorata carriera. Eppure quella norma, insieme alle altre del “decreto Falcone”, era stata il prodotto del trauma nazionale provocato dalle stragi di Capaci e via D’Amelio: pure in piena guerra, il Parlamento trovò il modo per disinnescare una delle armi volute proprio dalla procura di Palermo.

Essere riusciti a modificare la norma nel 2014, senza morti eccellenti per le strade, è stato di per sé un piccolo miracolo, in gran parte dovuto alla pressione esercitata dalla campagna “Riparte il futuro”, voluta da Libera. Falcone stesso ebbe a dire che per fare bene la lotta alla mafia, ci sarebbe voluto un morto eccellente all’anno.

Il nuovo 416ter, come ogni frutto dell’attività parlamentare, è ammaccato per natura: l’attività legislativa non ha nulla a che fare con quella di un bravo artigiano che procedendo di cesello, perizia e pazienza realizza il capolavoro. Piuttosto, è come cercare di modellare una carrozzeria, lavorando all’aperto, mentre grandina. Perché la politica, in una democrazia rappresentativa, pluralista, laica e relativista, è sempre un conflitto tra forze e mai un concorso tra proposte. Quindi, si può sempre fare meglio.

Ma cosa abbiamo fatto? Abbiamo esteso il perimetro di applicabilità del reato (introducendo finalmente le parole “altra utilità”) e anticipato il momento della consumazione del reato allo scambio tra le promesse. Non bisognerà aspettare e dimostrare che il politico abbia effettivamente dato denaro o altre utilità, né aspettare e provare che il mafioso abbia effettivamente posto in essere comportamenti tipici, volti al procacciamento dei voti. Bisognerà dimostrare che si è formato l’accordo tra il politico e il mafioso. È ovvio che il dolo ha per contenuto la consapevolezza in testa al politico, di accordarsi con il mafioso.

Diversamente, nel codice penale c’erano e ci sono altre norme per i reati di corruzione elettorale o estorsione del voto. Di recente, il procuratore nazionale Antimafia, Franco Roberti, ha espresso un giudizio positivo su questa nuova norma, come hanno fatto anche Raffaele Cantone, capo dell’Anac, e Rodolfo Sabelli, presidente Anm.

Le pene diminuite? Sì, in forza dell’anticipazione del momento della commissione del reato e nel rispetto del dettato della Corte Costituzionale. La Consulta ha richiamato più volte il principio della proporzionalità delle pene: fatti uguali per gravità, chiamano punizioni uguali, fatti diversi per gravità, chiamano punizioni diverse. La condotta del 416ter è diversa da quella del 416 bis: sono gravi entrambe, ma in maniera differente. Se e quando aumenteremo le pene del 416bis, come proposto tra gli altri dal dott. Gratteri, allora sarò il primo a proporre un corrispondente aumento delle pene del 416ter.

Tutto bene? No, il dubbio è un buon compagno di quella politica mite che deve fare del proprio meglio, senza l’arroganza di chi pensa di avere la verità in tasca. Perciò ho depositato un’interrogazione parlamentare al ministro Orlando, affinché si faccia un primo, interlocutorio, monitoraggio su come stia vivendo la norma nei tribunali. Se l’esperienza ci dovesse dimostrare che funziona male, avremmo il dovere di correggerla. La democrazia è questa cosa qui.

@mattiellodavide

*deputato Pd, membro della Commissione parlamentare Antimafia

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